domenica 18 gennaio 2015

Bentornate!

Ritornano a casa dopo un sequestro di cinque mesi le due ragazze lombarde rapite in Siria. Ingenue e generose, erano partite per il desiderio di soccorrere l'infanzia di quel Paese martoriato. Tornano a casa e chiedono scusa per il dolore causato alle loro famiglie e a quanti hanno trepidato per la loro sorte. 
Ad accoglierle, oltre all'abbraccio di molti, che si unisce a quello dei familiari, il coro petulante e sgrammaticato di quanti in questa vicenda vorrebbero soltanto tenere la contabilità. Una massa grigia, di cui è disgraziatamente impastato il tessuto sociale nostrano, che sembra non conoscere slanci o gratuità di alcun genere. Affetta da ritardo emotivo più o meno grave, questa gente non può concedersi di gioire nemmeno per la liberazione di due adolescenti, presa com'è a fare i conticini della spesa.
Bentornate, Greta e Vanessa. Non siete voi a dover chiedere scusa. Lo faccia invece, a motivo delle sue reazioni scomposte, l’esercito dei tristi ragionieri di casa nostra, che tutto e sempre misura sul metro della pecunia e della furbizia. Le schiere del tornaconto, che probabilmente di questa storia avrebbero preferito veder scritto ben altro finale, quello che gli avrebbe consentito di tornare in piazza a far squillare i tromboni stonati dello scontro di civiltà. 
Bentornate, figlie! Ce ne fossero al mondo come voi! Il tempo guarisce dall'ingenuità. Dallo spirito di umanità che vi anima, vi auguriamo, invece, di non guarire mai.
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domenica 9 novembre 2014

La fine dell'estate di pioggia

La fine dell’estate di pioggia ci lascia attoniti per la notizia dei giovani morti. Perché chi muore è pur sempre troppo giovane per morire, e altro tempo vorremmo gli venisse concesso – ma a noi soprattutto –  per una parola che manca al discorso, per un saluto perduto lungo la strada, per un sorriso rimastoci in bocca. Altro tempo, quel tempo che non vogliamo imparare a pesare, altro ne vorremmo, quando invece ci resta soltanto quello del rimpianto e del cordoglio. “Insegnaci a contare i nostri giorni …”.
Quaggiù  la notizia funesta spezza l’aria umida del pomeriggio festivo, pigro come i gelati lasciati a squagliare sulle passeggiate e gli avventori intenti al gioco ai tavoli esterni dei bar. Caduti sul monte, dal filo d’equilibrio della cresta, nell’ultimo sforzo prima della vetta. Caduti forse per poca luce, forse per troppa fretta. Caduti nell’attimo di una presa mancata, lassù, il tempo di un pensiero, l’istante di uno spavento, di un grido che squarcia il cielo pallido e ferma il cuore, frangendo il silenzio e la nube.
Il resto sono braccia, il resto sono occhi. Che la morte è sì di chi muore ma è per chi resta. È la fila degli abbracci di giovani amici che cinge le spalle dei sopravvissuti al dolore, pianto di adolescenti stretti attorno a una fossa. Più di tutto commuove questa verde resistenza alla morte, questo darsi coraggio e forza, senza saper dove attingerne. Più d’ogni altra cosa fanno male e consolano questi corpi acerbi e dolenti che si dicono vicinanza e sostegno.
La vita va oltre, è questo che dicono. In tutti i modi che sappiamo e per vie che sotto la vastità del cielo non intravvediamo. Per uno che cade c’è chi si rialza e riprende il cammino. Domani è già qui. La vita resiste. Deve.

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sabato 10 maggio 2014

Lunga vita alla bellezza




Stasera ArcoBanda è al debutto. Cantori e musici arrivano alla spicciolata davanti al teatro. Qualcuno porta il proprio strumento, altri un plico leggero di fogli con note e parole. Tutti con il proprio fagottino di emozioni. La serata ormai tiepida è di quelle speciali per questo corpo musicale speciale e variopinto, dalle sfumature le più diverse e imprevedibili. Lo muove il desiderio di fare insieme qualcosa di bello attraverso la musica.
La musica è arte antica come il mondo. L’elemento sonoro ha radici profonde nel cuore umano e gli appartiene molto più e molto prima delle specifiche e personali competenze tecniche. Dal pulsare binario del cuore di nostra madre apprendemmo che la vita scorre; e sonorità acquatili ci offrirono per la prima volta l’intuizione di un universo misterioso e sconosciuto fuori da noi stessi e dallo spazio amniotico che ci accoglieva.
In virtù di queste esperienze primigenie, possiamo ben dire che la musica è di tutti e per tutti. E ci indica la via: non negare le differenze, ma svelarne il senso all’interno di un contrappunto mirabile. Non temere la diversità, ma considerarla espressione di una incontenibile polifonia. E sempre scavare, con mitezza e determinazione, per portare alla luce l’essenzialità dell’umano che è nelle profondità di ogni uomo e di ogni donna.
Fare con la musica qualcosa di bello. Che la verità è nella bellezza e la bellezza è verità. Senza scomodare Dostoevskji, l’esperienza del suo potere salvifico è accessibile a chi la ricerchi. La bellezza arriva sempre a destinazione, non lascia mai come si era prima. Non parlo di una bellezza puramente estetica o di una qualche sua manifestazione artisticamente apprezzabile: parlo della bellezza che fa ardere i cuori, che smuove le viscere, talora fino alle lacrime, e ci fa capaci di scorgere una realtà che trascende le apparenze, e rivela luce laddove pareva non essercene affatto.
Succede così, in musicoterapia, che il bello – un po’ come per l’essenziale di Exupéry – sia spesso invisibile agli occhi. Perché bello è il gesto inatteso del battente sul tamburo, la scintilla di soddisfazione che accende lo sguardo, il vortice di gaudio che per un momento consuma nel canto una pena.
Ormai ArcoBanda ha esordito. Cantori e musici tornano con un sorriso alle loro case. La bellezza stasera è passata di qua, viva, pulsante, declinata nei bei nomi di attenzione, emozione, tenerezza, godimento…
Lunga vita ad ArcoBanda!

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mercoledì 31 luglio 2013

Infine la morte giunge improvvisa












Infine la morte giunge improvvisa. E per quanto preannunciata, la morte giunge sempre improvvisa per chi ama. Allora i cosiddetti credenti danno mostra di saperla accogliere serenamente, in vista di un oltre di cui in verità nulla sanno se non la promessa dell'Uno che, avendo amato i suoi, indicò un pertugio nella Tenebra. I non credenti, d'altro canto, altrettanto granitici nei loro dogmi, chiesa tra le altre chiese, reputano che ultima parola sia la lapide. Per gli uni e per gli altri resta l'insopprimibile segno del dolore e del desiderio di riabbracciare l'amato. Dolore e desiderio colmano forse le distanze che gli umani usano porre fra sé e quanti giudicano diversi da sé, quando ancora la morte par loro di là da venire.

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venerdì 26 luglio 2013

Una pacifica bellezza

Giorni di mare. Tornando a piedi verso casa dalla spesa mattutina (un'attività sconosciuta per il resto dell'anno, almeno nel suo aspetto podistico), mi imbatto in un tavolino imbandierato di verde. "Prima il Nord!". Lo slogan abbagliante, a caratteri cubitali, fa risultare piccoli piccoli i due omini addetti alla raccolta firme: via i venditori abusivi dal lungomare!
Soffro di un'istintiva allergia nei confronti di quelli che vogliono mandare via qualcuno. Devo averla ereditata da mia madre che una volta, ero un ragazzo, ebbe l'ardire di chiedere a un vigile urbano della medesima cittadina nella quale mi trovo, quale fastidio dessero quei due ragazzi neri che stava poco gentilmente invitando a sloggiare insieme alla loro mercanzia.
Passando accanto al tavolino la tentazione di porre ora la medesima domanda preme alla gola, ma passo oltre, sospinto dai trentacinque gradi all'ombra e dalla voglia di un tuffo con Luca mio che mi aspetta prima di pranzo.
Poche decine di passi più in là, a compensazione, incrocio una famigliola a spasso in infradito: madre bianca, papà nero e due figlioli adolescenti, color del cioccolato. Il maschietto tiene la mano in quella del padre, che gliela stringe dolcemente facendo dondolare il braccio in avanti e indietro. Poco oltre le donne di casa chiacchierano pacatamente di chissà cosa. Quando mi passano accanto, mi fermo un momento a guardarli di spalle, mentre si allontanano. Con gli occhi pieni di tanta pacifica bellezza, il buffo banchetto degli omini urlatori che vorrebbero per sé i primi posti mi fa persino sorridere.
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lunedì 24 settembre 2012

La fagiana e la coscienza del mondo

Sulla via degli ipermercati, manco a dirlo trafficatissima anche se secondaria, d’un tratto la colonna di scatole di latta rallenta in entrambi i sensi di marcia. A terra, nel bel mezzo della carreggiata, qualche cosa si muove. I veicoli indugiano, dai finestrini abbassati occhi muti si affacciano per poi passare oltre. Che cos’è? Sembra un sacchetto di carta scosso dal vento, del medesimo colore di quello che il panettiere ti dava per portare a casa le michette, quando ancora il pane lo compravi sotto casa e non ti costringevano a bruciare petrolio per andarlo a prendere chilometri più in là.
Avvicinandomi vedo che non si tratta di carta. È un fagiano, una femmina color nocciola, agonizzante sulla pubblica via. Forse colpita da un paraurti distratto, forse dalla doppietta di qualche imbecille in mimetica, ha il corpo per buona parte inchiodato all’asfalto. Soltanto il lungo collo è ancora mobile, flessuoso come una vela, e mentre le passo accanto, la fagiana lo solleva e mi guarda. Ha occhi parlanti, starei per dire “umani”,  se non fosse che è proprio a causa dei bipedi “umani” che ora quegli occhi si ritrovano a terra su una carreggiata. Occhi che pongono una domanda cui non so rispondere. È la medesima domanda di sempre, quella posta, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, da ogni essere che cerchi una risposta al dolore innocente e si faccia voce della coscienza stessa del mondo.
Anch’io me ne vado, lasciando lì a morire una volta ancora quella coscienza, fuori dalla quale non resta altro che un mondo finto quanto feroce.
Fatto di terre divorate dalla cementificazione bipartisan, strangolate dagli scarichi notturni nell’aria e dall’immondizia buttata nei fossi. Ammorbato dalle luci fatue degli centri commerciali e dallo sferragliare senza posa delle intontite comitive che vi si recano in quotidiano pellegrinaggio.
Via da quegli occhi è un mondo asfittico, disperato, perennemente in fuga dalle proprie radici. Altrimenti non si spiega l’anacronistica pretesa di praticare la caccia in un territorio che di tutto avrebbe bisogno, tranne che di dichiarare guerra agli uccelli.

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sabato 16 giugno 2012

Cardiologia


...
“Ma il cuore batte sempre, papi?”.
“Sempre, Luca”.
“Non si ferma mai?”.
“Mai, Luca”.
“E se si ferma?”.
“Allora moriamo”.
“Però quando siamo vecchi, vero papi?”…

Quando il volto delle persone si è così impresso nei nostri occhi, che un cuore terrestre non basta più a contenere tutto l’amore.


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sabato 26 maggio 2012

Dipende

Sotto un cielo di nuvole e sole un giovane uomo dalla pelle scura cammina sul ciglio della statale che taglia in due la zona industriale. Ha uno zaino di poche cose sulle spalle e pensieri a passo d’uomo, in questo traffico che avanti e indietro sembra non conoscere sosta né pudore. 
Certe volte mi domando come facciano gli arbusti spontanei cresciuti appena oltre il fosso. O certi alberelli esausti messi a dimora nelle aiuole polverose delle rotatorie a sopportare il persistente frastuono e i continui spostamenti d’aria malata. O le ingenue famigliole di papaveri, cui maggio, anziché l’abbraccio di un campo di grano che matura quieto, ha riservato la morsa ininterrotta di una carreggiata. 

Guidando piano, scruto le macchie rosse di papaveri in avvicinamento: fanno parte della segnaletica stradale, ultime indicazioni di Via della Bellezza, disperate sentinelle sull’orlo del precipizio, messe lì a scongiurare la nostalgia dei passanti, che si fermino, almeno per uno sguardo.

Il giovane uomo dalla pelle scura adesso ha un papavero in bocca. Battendo le fabbriche per un lavoro a ore, ha appena sorriso di fronte all’ennesima porta subito richiusa. Nel tempo dello spread, ferocia di clacson reclama che passi oltre veloce, voracità di occhiate lo vorrebbe invisibile o altrove.
Procedendo in direzione opposta, nella fiumana dei motori urlanti, gli passo accanto con gli occhi. Chissà dov’è sua madre – penso. Chissà come lo vide quand'era bambino. E chissà se ancora lo vede, socchiudendo le palpebre. Perché si può vedere anche senza guardare, mentre il più delle volte si guarda, ma senza vedere. È questione di sguardi.

Il giovane uomo mi sfila a lato, la linea del collo un po’ flessa, come il gambo del fiore che stringe tra le labbra. Improvvisa riconosco la spinta umida che mi sorprende gli occhi, inattesa come l'onda che scompiglia la bonaccia marina.

Per singolare coincidenza la radio inizia a mandare una bella canzone di qualche anno fa. Dice che “Depende: de segùn como se mire todo depende”. Tutto dipende dagli occhi.
Canticchiando il motivo, i miei ora si attardano a mangiare papaveri.

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domenica 15 aprile 2012

Omaggio al Titanic















La prima classe costa mille lire
la seconda cento
la terza dolore e spavento
e puzza di sudore dal boccaporto
e odore di mare morto...

(Francesco De Gregori, Titanic).

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giovedì 22 marzo 2012

E tu, sei vivo o sei morto?












Intossicati dall’inesauribile argomentare mediatico su spread, bot, ripresa, ripresina e ricaduta, rischiamo di lasciar passare sotto silenzio fatti gravissimi, un po’ perché distratti, un po’ perché disturbano. Come il pluriomicidio nella scuola ebraica di Tolosa. Bambini e un insegnante massacrati mentre entrano in classe. Un padre e i suoi figli. In un momento annientate relazioni, pensieri, sentimenti, progetti per il futuro. Tutto finisce nel buco nero di una mente folle, “avvelenata” da un’ideologia malata, nel contesto di una società allo stremo delle energie spirituali. Sul selciato, ancora una volta, resta il grido delle vittime, delle vittime di tutte le latitudini, a chiederci conto dello stato di salute del nostro personale spirito di umanità.

Rilancio un bell’intervento dell’amico torinese Enrico Peyretti. Parole come le sue pesano tonnellate nel vaniloquio quotidiano di cui si abbevera il mondo.

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Tolosa: la vita è comune
Enrico Peyretti, 20 marzo 2012


Ho visto di nuovo che le razze non esistono. Ho visto il ragazzino ebreo, a Tolosa, con la kippà, che piange i bambini uccisi, appoggiato al petto di un uomo che, a capo chino, gli tiene delicatamente la faccia tra le mani. Un braccio di qualcun altro è posato sulla spalla del ragazzo. Si sente il suo pianto, il singhiozzo che lo scuote. Ha l'età millenaria del suo popolo. Ho visto in lui il popolo immenso delle vittime, da tutte le tribù della terra.
Ecco perché le razze non esistono: perché il pianto e il riso sono uguali in tutte le lingue e le culture; perché il dolore e la gioia, coi motivi più diversi, sono uguali in tutti i petti umani, e lo capiscono anche gli occhi di un cane che ci guarda. La vita è comune. Chi uccide lo fa perché è morto: qualche idea morta lo ha avvelenato. Dovremo riportarlo in vita, con tutta la necessaria fatica. Il "non uccidere" è il felice comandamento di vivere. E' uccidere anche fabbricare armi di distruzione e di dominio, perché la vita è unica, non è divisa in razze, né biologiche né spirituali.
Nessuna religione ha il monopolio della religione. Nessuna verità è tutta la verità. Nessun popolo, nessuna cultura è l'umanità, e non esiste primato né superiorità tra gli umani che cercano umanità. Le razze e le barriere culturali sono come un centimetro di statura, o il colore del vestito. Sotto, dentro il vestito c'è sempre un essere umano, aperto o chiuso agli umani.
Solo questa è la differenza, questa sì, questa è il problema. Ogni vittima ce lo grida di nuovo: sei umanità aperta o umanità chiusa? Sei armato o pacifico? Sei vivo o sei morto?

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martedì 3 gennaio 2012

C'è una bellezza















C'è una Bellezza alla quale non possiamo sottrarci, pur con tutte le forze.
E' la bellezza che senza posa crea e ricrea il nostro spazio interiore
e che sempre ci genera alla possibilità di un inizio nuovo.

Da lei siamo accarezzati,
come la luce del vespro fa con le cime genuflesse dei pini.
Da lei assistiti
lungo lo snocciolio inconsapevole delle ore.

Del suo fulgore, pure nell'ombra,
serbiamo inestinguibili scintille.

Credevamo ancora di doverla scrutare nelle altezze,
mentre con stupore di lacrime ci raggiunge nella polvere.
Pensavamo forse di dover salire le nubi
ora che la riconosciamo celata in un abbraccio inatteso.

Ora che lei si china sul tempo
e cammina fra la gente
e del sorriso di ogni bambino si fa specchio.

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venerdì 23 dicembre 2011

Un Natale arcobaleno
















Al Centro si festeggia il Natale. Un gran movimento di portate, tavole addobbate come nei ricevimenti ufficiali, la lista degli invitati sulla porta. Il pomeriggio previsto è canoro, la scaletta generosa: tutti vogliono partecipare, dando prova di abilità talora insospettate.
Aj. apre la kermesse: "A Natale puoi...". Ma lui non può. Sì, non può proprio fare a meno di ridere. Nelle prove per la verità era andata un po' meglio. Ora invece, di fronte a un uditorio attento, col microfono in mano Aj. nasconde la propria emozione dietro grasse risate.
C'è la "felicità" della Ma. che praticamente non canta, ma che fra mosse e mossettine non vorrebbe mai lasciare la scena. E la bella sorpresa di A. che con orientamento melodico di tutto rispetto ci spiega com’è che per fare un tavolo ci voglia un fiore.
C'è Fe., piegato su una carrozzina. Da profondità che posso solo immaginare cava toni cupi per dipingere la storia del gatto che si mangiò il topo comperato da un padre premuroso a una qualche fiera d’oriente. Ricorda tutte le parole, Fe., anche quelle che non può pronunciare con scioltezza. Così tra mezze frasi accennate ed altre taciute, ci rincorriamo per un po' lungo le strofe candide, mentre nella sala corre un filo di sensibile emozione.
C'è Mi. che canta un inedito, cercando caparbiamente di districare l'eloquio irretito. E un po’ ci riesce, facendo risuonare più pacato questo jingle che usiamo come saluto alla fine di ogni seduta. "Qui, qui, qui ci vediamo martedì...". Mentre lo accompagno, non oso pensare ad un uso migliore per ogni martedì che Dio manda ai miei giorni. E probabilmente la stessa cosa si potrebbe dire della mia povera musica.
E ancora la “musikabilità” naïf di Cla., che con disinvoltura intuisce il retroterra armonico di una linea melodica. Ovvero – qualità piuttosto rara anche fra i musicisti di professione – accompagna un canto ascoltato senza bisogno di accordi o partiture, che peraltro forse non saprebbe leggere.
E la bella estensione vocale di Da. che con disinvoltura va in cerca di seconde voci su un canto di cori alpini, dimostrando così una sensibilità musicale non comune.
E l’altro Da., quello col diminutivo, nei confronti del quale Euterpe par essere stata piuttosto avara. Lui che difficilmente becca una nota e di fronte a un microfono si intimidisce, ma che per entusiasmo e piacere di fare musica non teme confronti.
E Pa., che stacca dal pianoforte note cristalline solo per dire che il mondo potrebbe essere felice come un girotondo se la gente fosse disposta finalmente a darsi una mano. È così emozionato che sull’incipit del canto un fremito più intenso del capo gli fa cascare una lente. Povero Pa.! Mi resta lì, attonito, con un buco nella montatura dell’occhiale, il microfono in mano e il copricapo da babbo natale in testa. Ma è un attimo. Ora canta con la rabbia di un ostacolista, noncurante del fatto che persino la tecnologia abbia deciso di remargli contro.
E gli strazianti (in tutti i sensi) vocalizzi da operetta di La. Inseguendone la girandola canora mi sento un po’ come il maestro Pregadio, buonanima. Non so se avete presente: quello delle vecchie edizioni de La Corrida, quando cercava invano di far rientrare nel recinto del bel canto qualche improbabile concorrente. Sorrido di fronte a questa donna dirompente, dal carattere solare e dalla personalità che difficilmente potrebbe passare inosservata.
Quelli che han cantato, quelli che hanno contribuito soltanto con l’ascolto, un grido, un applauso scomposto. Ci stanno tutti in questo Natale colore dell’arcobaleno. Che si chiude con la tenerezza di An. a ricordarci che comunque siano, i migliori anni della nostra vita sono quelli fatti di giorni vissuti intensamente, umanamente. Un po’ come il giorno che ancora risuona e che sta per passare.

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mercoledì 7 dicembre 2011

Rose in the Easter morning

















Ieri sera alle prove del coro parrocchiale sono inciampato in una rosa. Insegnavo un canto gospel per il Natale, una cosuccia nota e festosa, da eseguire al termine della messa di mezzanotte. Il canto presenta alcune tavole, una per ogni strofa, raffiguranti la vicenda umana di Gesù. Volendo tradurre seppure a spanne il testo mi sono imbattuto nel passato semplice del verbo to rise, laddove la voce solista narra di Gesù che risorge. “Rose in the Easter morning” – risorse il mattino di Pasqua. Un errore da matita rossa per il mio inglese da ginnasio, un po’ arrugginito.
Ma non tutto vien per nuocere e il capitombolo mi ha regalato una bella immagine sui cui meditare. Dalla morte germoglia bellezza. La vita distrutta riprende nuovi profumi e colori. E un nuovo inizio è sempre possibile, per quanto il paesaggio sia desolato.
Proprio così: il Cristo è la rosa nel mattino di Pasqua. La primavera che ancora una volta viene a visitarci.

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mercoledì 5 ottobre 2011

Sempre a proposito di sole




















Oggi durante una mega operazione di riordino di qualche chilo arretrato di carte - corrispondenza, ricevute, estratti conto, appunti, ecc. - finite in fondo a un cassettone, mi sono imbattuto in un disegno di Luca, fatto forse all'asilo su un foglietto poco più grande di un francobollo. Uno splendido sole sorride all'azzurro del cielo e al cobalto del mare.

Dicono che da domani la lunga estate finirà e l'ottobre estivo tornerà ad indossare vesti a sé più consone. Forse pioverà e presto arriveranno il freddo e il cielo grigio. Ma questo piccolo sole nel portafogli scalderà il cuore.

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