giovedì 31 dicembre 2009

Pace a voi















Il duecentesimo post di questo blog è per augurare un anno di pace ai miei sette lettori. Lo facciamo con le sempre luminose parole del vescovo Tonino Bello, compianto profeta di pace.
***

Oggi non bisogna lasciarsi sfuggire l’occasione della concretezza, per dire senza frasi smorzate che pace, giustizia e salvaguardia del creato sono il compito primordiale di ogni comunità cristiana.
Che attingere a piene mani alla riserva utopica del Vangelo è l’unico realismo che oggi ci venga consentito.
Che osare la pace per fede, sfidando il buon senso della carne e del sangue, è la prova del nove sul credito che sappiamo esprimere a favore della parola del Signore.
Che la nonviolenza attiva deve divenire criterio irrinunciabile che regola tutti i rapporti personale comunitari.

La parola del Signore non tollera interpretazioni di comodo. Se noi cristiani permetteremo l’ingrandirsi degli arsenali delle spade e delle lance e delle falci a danno dei depositi dei vomeri e delle falci, non risponderemo alle attese di Dio.

Siccome Gesù è stato essenzialmente “Profeta di pace”, anche noi dobbiamo giocarci sui crinali scoscesi della pace la nostra profezia. La scelta non violenta di Cristo non solo deve ripercuotersi nella nostra prassi, ma deve anche risuonare sulle nostre labbra.


+ Don Tonino Bello

***

mercoledì 16 dicembre 2009

Il sangue del signor B











Il sangue mi rabbuia. Più che spaventarmi mi rattrista profondamente. Quello dei vinti e quello dei vincitori. Quello dei poveri e quello dei ricchi. Per la comune condizione umana, ho sempre compassione di chi sanguina, nel corpo e nello spirito. Ne ho anche del signor B. La nutro a motivo della prima forma di schiavitù che tutti ci attanaglia, quella di non riuscire a trovare una buona volta pace in noi stessi, immaginando che per ottenerla sia necessario sempre più prestigio, sempre più potere, più cose da possedere, maggior visibilità in cui specchiarsi.

Detto questo, credo che persino dopo il fatto grave di cui è stato vittima il signor B, posta la necessaria condanna dell’inaccettabile gesto, sia oltremodo doveroso vigilare sull’uso delle parole e sulla manipolazione delle emozioni che anche in questo caso viene fatta dai mass media. Niente di più facile che santificare il signor B e delegittimare, accusandolo di istigazione alla violenza, chiunque tenti di opporre il lume della ragione alla melassa del sentimentalismo. Il signor B, salvo conversioni dell’ultima ora, è sempre lui, con qualche dente in meno, uno sbrego mascellare, ma è quello che conosciamo. E i suoi oppositori non sono diventati improvvisamente tutti attentatori per via di un signor Tartaglia qualsiasi.

Che per i miei sconosciuti vicini di tavolo, oggi, mentre solo soletto mangiavo un boccone in un fast food, sarebbe stato da abbandonare alla folla azzurra e inferocita di piazza Duomo.
Questo fa paura: il non saper contare fino a dieci prima di parlare, l’ignoranza mista a faziosità, così pesantemente cavalcata da troppo tempo ormai da parte di certuni esponenti politici della destra ed entrata nell’ordinario modo di pensare di tanta parte della popolazione italiana, soprattutto qui al nord. È l’ignoranza impudica di chi “inorridisce per un po’ di sangue, ma poi è per la sedia elettrica”.

martedì 8 dicembre 2009

Sgomberate il presepe














Così Erri De Luca sullo sgombero del campo rom di via Rubattino a Milano, intervistato da Fabio Fazio il 29 novembre scorso. Qui potete trovare l'intervista per intero.
***

… « Rispetto al racconto dell’altra sera (sullo sgombero del campo rom) … Della nostra forza pubblica che si fa aguzzina di donne e di bambini, che è costretta, avvilita a obbedire a ordini canaglia …

Beh, credo che facciamo schifo. Qualcuno che è in ascolto può dire: “Parla per te”.
Sì, di sicuro parlo per me. Ma per me da italiano.
Da italiano che con la sua moneta, che con le sue tasche e le sue tasse ha contribuito e contribuisce alla spesa pubblica di una giornata come quella.

E poi è novembre. Novembre che è fratello di dicembre, il mese in cui una ragazza-madre forestiera fu costretta a partorire in una capanna, in una baracca.
Beh, a Milano hanno sgomberato anche Myriam-Maria.

Dico che quelli che hanno consentito con il loro consenso, con il loro voto a questo, dovrebbero andare anche a sgomberare il presepe che hanno piantato dentro casa. Lo dovrebbero fare ».



domenica 6 dicembre 2009

Canzone del cielo ferito


















Alle tre della notte di lunedì 6 dicembre 1999, una manciata di tramonti all’alba del nuovo secolo, moriva a sessantaquattro anni mia mamma Antonia, che per essere di origini contadine aveva un nome quasi regale, che per intero suonava: Maria Antonia Noemi Fumagalli.
Nonostante la malattia prolungata, nessuno di noi sembrava attendere veramente quel momento. La morte, anche a cent’anni, arriva sempre troppo presto per tutto ciò che resterebbe da fare, per le parole che restano da dire.

Di solito non vado in cerca di segni premonitori, ma il pomeriggio precedente, girovagando in macchina insieme a Monica, un tramonto di fuoco calato in un azzurro inusitatamente limpido per questo angolo di Lombardia, ritagliato fra la piana e i monti del lecchese, ce lo aveva suggerito con una forza più incisiva: il cielo ferito da quel rosso abbacinante poteva sì essere l’ultimo. Quello era il portale di ingresso ad un abbraccio capace di un’accoglienza più calda, tanto consolante quanto invisibile ai nostri occhi. Oltre l’incendio del vespero, insieme agli affettuosi legami, finalmente iniziavano a sciogliersi i lacci del morbo, le ferite guarivano, il cuore e le membra tornavano libere di correre gioiosamente e persino di volare.

All’ora di cena la trovai assopita nel letto. Svegliata dal mio richiamo insistito, vedendomi, soltanto sorrise. “Dormi?” – chiesi. Annuì, con un impercettibile accento del sorriso, quasi a volersi scusare di quel sonno fuori orario. “Dormi, dormi pure …”. È l’ultima sua immagine, bella quanto dolorosa.
In quella notte di vigilia tornammo infinite volte ad accarezzarne il volto, a baciarlo, a suggerire all’orecchio segreti inespressi, accompagnandola con parole di pace. A ringraziarla per quel po’ di umanità che avevamo appreso, nonostante la personale inadeguatezza di ciascuno: la compassione per i piccoli, gli occhi per la fatica degli altri, li dovevamo a lei.

Visitando la sua tomba, qualche settimana più tardi, mi raggiunse una di quelle “contaminazioni melodiche” che di tanto in tanto arrivano chissà da dove, entrano in testa e non ti lasciano prima che se ne cavi qualche cosa. Così è nata la “Canzone del cielo ferito”.
Per ora eccone il testo. Ai miei sette lettori vorrei dire però di tornare a visitare questa pagina: nei prossimi giorni proverò a inserirvi il brano musicale, così che, se vorranno, lo possano ascoltare.



Canzone del cielo ferito


Io l’ho sentito questo cielo terso
spalancato come una ferita
per scrutarlo mi ci sono perso
dei miei occhi non so più l’uscita
Ora resta qui un tempo gemente
un’attesa di radici ed ombra
questo tempo disperato urlante
e nessuno mai che gli risponda.

Un po’ curvo sotto l’occidente
lui si attarda dietro il suo dolore
e il dolore si fa più struggente
se per dirlo non sai le parole
Così lascia ch’io lo canti piano
del tuo nome faccia melodia
e tu dimmi che sei qui vicino
dillo anche fosse una bugia.

Adesso i baci dati sono torba
le carezze di frumento e miglio
dal tuo grembo che mi diede forma
ad ogni nuovo giorno spunta un giglio.
È per questo che ti rassomiglio:
delle cose conosco il lamento
il bisogno largo di un abbraccio
come un livido mi porto dentro.


Sabato 12 Febbraio 2000 –
14.45


***

Ho tentato di caricare direttamente sul blog il brano in questione, per ora con scarsi risultati. Ma non demordo.

Per il momento lo potete ascoltare qui.


***

venerdì 4 dicembre 2009

La forza della vita


















In tutte le situazioni di violenza, forse anche in quelle più estreme, incredibilmente sopravvive un nucleo irriducibile di umanità. Così, nell’agosto del ’41, in un luogo di afflizione come lo fu il campo di Auschwitz, un frate francescano, che di nome faceva Massimiliano, si offrì eroicamente al bunker della fame al posto di un padre di famiglia che, grazie a quel gesto, poté infine riabbracciare i suoi figli.

L’accostamento sembrerà fuori luogo, ma è di ieri l’altro la notizia di un asilo nido a Pistoia, dove le “educatrici” sono state arrestate per via dei metodi non propriamente pedagogici con cui trattavano i piccoli loro affidati. Un video della polizia, girato in incognito, inchioda le interessate alle loro responsabilità. In un passaggio del triste filmato si vede la direttrice della scuola intenta ad imboccare con foga, tanto rabbiosa quanto incomprensibile, una bimbetta di pochi mesi seduta in un seggiolone. Strattoni, scappellotti e tirate di capelli riempiono la scena. Tutt’attorno, la desolazione di coetanei seduti a terra, muti ed atterriti.

Ma come spesso succede, nel buio pesto scocca una scintilla, che è una vera epifania di luce: dal gruppetto degli intimiditi, mentre ancora la balorda nutrice sbuffa e si affanna, un bimbo di tre o forse quattro anni si alza e con decisione si avvicina alla malcapitata amichetta. Le prende una mano e l’accarezza, nel tentativo di consolarne il pianto.
È l’umano che si fa presente persino laddove la malattia o la cattiveria (o tutt’e due le cose assieme) paiono regnare incontrastate. È “la forza della vita” – come cantava una canzone di qualche anno fa – che istintivamente lancia ponti perché la vita stessa passi oltre. È il senso innato di appartenenza ad una sorte comune a dare inizio al disgelo dell’angoscia.

Dentro di noi e attorno a noi l’esistenza sparge a tutte le ore della notte questo genere di semenza. La riconosciamo per la sua capacità di allargare il cuore anziché chiuderlo. Ha la forma di una mano tesa, di un sorriso sincero, di una parola venuta per consolare. Profuma di bellezza. Ci rimette ogni volta in cammino. Per essa il mondo sussiste. Si chiama speranza.


***