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domenica 5 settembre 2010

Grazie, Romeo, prete silente













Dalla nostra comunità parte il prete, uno degli ultimi persino per la grande arcidiocesi ambrosiana, e in queste ore è un viavai di gente che arriva in canonica per salutarlo. I volti parlano da soli, non c’è bisogno di dire molto. Gli occhi, soprattutto gli occhi parlano e dicono quel che sa il cuore.

Non amo affatto i congedi, però mi rendo conto che il commiato getta sempre una luce nuova sull’altro, più genuina e vera rispetto ai mutevoli bagliori della quotidianità. E svela persino i nostri sentimenti profondi verso di lui, quelli che per educazione ed eccesso di riserbo, ciascuno aveva accuratamente celato in qualche anfratto dell’animo. Non che la separazione aggiunga nulla alle relazioni fra le persone, semplicemente le illumina più dolcemente, mitigando le asprezze dei chiaroscuri e rendendo visibile ciò che magari era semplicemente velato per questione di diottrie.

Forse per questo i maestri zen insegnano una pratica pensata per appianare i dissidi: si tratta di visualizzare qualcuno come se stesse per lasciarci per sempre. Funziona nei confronti della moglie, del marito, di un genitore, di un fratello. Funziona davvero, se per un momento siamo disposti ad essere sinceri con noi stessi e disponibili ad un cambiamento interiore. Allora la compassione cresce e riusciamo a percepire come una persona, al di là dell’immagine che ci siamo fatti di lei, sia sempre un grande dono e che il dono consista essenzialmente nella sua umanità, nel suo camminarci vicino con tutti i suoi limiti e le sue fatiche. E che, anzi, proprio quei limiti e quelle fatiche ci sono col tempo divenuti familiari e cari. E che il mondo sarebbe incomparabilmente più vuoto senza di lei. E che i motivi per cui dirle grazie di gran lunga sopravanzano quelli per i quali protrarre la insana litania della recriminazione. Non è mai troppo tardi per accorgersene, afferma saggiamente lo zen.

Don Romeo probabilmente passerà alle cronache mezzaghesi come il parroco più silenzioso che si sia mai visto da secoli a questa parte. Più che per le parole dette, comunque preziose, lo ricorderemo per il silenzio connaturale che sempre le accompagna. Egli stesso è essenzialmente una proposta di silenzio. Molto ne occorre attorno quando parla, sennò c’è il rischio di perdere qualche snodo essenziale del discorso. Quando sorride, poi, lo fa sottovoce. Anche quando piange credo che sia così. Persino per salutare quelli che incontra per strada usa il silenzio: tante volte qualcuno se ne lagna, perché vorrebbe sentir più chiaro e distinto, ma a ben guardare è solo questione d’affinare l’orecchio, come nella musica, o nella poesia.

Mi chiedevo in questi giorni che cosa vuol dire che una comunità cristiana sia guidata per dodici anni da un uomo tanto mite e silente. Perchè ancor prima che con le parole, persino ancora più che con le parole dei testi sacri, Dio seguita a parlare attraverso le persone e il loro modo di essere presenti. Il dono di Dio è sempre una persona in carne ed ossa. Una persona che arriva, che ci accompagna per un tratto e a un certo momento ci lascia. Ciascuno di noi è questo per l’altro, come l’angelo che andò a rifocillare il profeta Elia che, stanco ed affranto, desiderava morire sotto il ginepro.

È dunque il tempo di raccogliere i frutti di una silenziosa quanto tenace testimonianza di fede e di carità. Essa indica una direzione, uno stile che ci è richiesto. Come a dire: avete avuto dodici anni (un tempo biblico!) per imparare, adesso fate buon uso dell’insegnamento. In un mondo che urla di tutto e su ogni cosa dalla mattina alla sera, ritrovare il gusto di comunicare, relazionarci, semplicemente stare in silenzio.

Per la mansuetudine che gli fa da veste, don Romeo avrà in eredità la terra. Così assicura il vangelo delle beatitudini. Per il suo silenzio, invece, quale sarà la ricompensa? Un anticipo potranno forse essere questi occhi, raccolti a grappoli sotto i tigli del sagrato, riconoscenti e accorati nella dolcezza di un mattino di fine estate. Qualche lacrima lava via ciò che forse ancora impediva di vedere chiaro: quel che resta, nella più tenue luce settembrina, sono i tratti fraterni di un uomo semplice e pacifico, da benedire e ringraziare di cuore.

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venerdì 23 luglio 2010

Quando i laici s'incazzano



I laici nella chiesa hanno sempre contatto come il due di picche. Con la scusa di una malintesa obbedienza sono stati quasi sempre ridotti a quello che gli inglesi chiamano "pray and pay" ossia "prega e paga". Ma il vento sta cambiando, persino in Italia.
In una parrocchia di Cagliari il vescovo Giuseppe Mani vuole trasferire il parroco. La gente non è d'accordo e chiede di potergli parlare comunitariamente. Lui fa il prezioso, negandosi e esigendo che ci si incontri tra le mura della chiesa o privatamente presso l'arcivescovado. Poi dal pulpito propone il solito polpettone di retorica sull'obbedienza, arroganza e aria fritta. Ad un certo punto la gente inizia a contestarlo apertamente. Forse i toni possono risultare sgradevoli, sicuramente non più di quelli dell'altezzoso arcivescovo. Allora il presule tenta la più classica delle scappatoie: un bel segno di croce, un'avemaria orapronobis e tutti a nanna, che tanto decide lui, anzi ha già deciso.

Lascio ai miei cinque lettori farsi una personale idea sull'accaduto. Quel che mi sento di dire è che una certa idea di Chiesa ormai non può più reggere, una chiesa strutturata militarmente con il comandante in capo, generali e colonnelli a controllo dei territori, sottoposti e laica manovalanza che nulla deve fare se non osservare gli ordini superiori. E che quando si parla di corresponsabilità del laicato, ebbene, questa cosa dovrà pur avere un contenuto concreto e non essere come sabbia buttata negli occhi del popolo di Dio, tanto per confonderlo e tenerlo buono, come ai bei tempi. Un popolo eternamente bambino, incapace di esprimere un'opinione e di chiedere che venga considerata e magari rispettata. Così non funziona più. Il vento s'è appena alzato.

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giovedì 22 luglio 2010

Dimmi con chi vai...

Nella quasi totale indifferenza dei cattolici praticanti italiani, il cardinale segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, si intrattiene amabilmente a cena in casa Vespa in compagnia di illustrissimi coinvitati. Tra loro, manco a dirlo, l'onnipresente presidente del Consiglio del governo italiano, il governatore di Bankitalia Draghi, Gianni Letta, Cesare Geronzi, Pierferdinando Casini, tutti accompagnati dalla rispettive consorti, a parte Berlusconi, a braccetto della figlia supermanager, e Bertone, appunto.

Ammesso che ognuno è libero di frequentare chi gli pare, le perplessità restano. In particolare viene spontaneo alla mente il vecchio adagio che recita: "Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". L'immagine è sempre più quella di una gerarchia vaticana che non perde occasione per andare a braccetto con il potere. Che tutto ciò nulla c'entri con il vangelo il cardinale naturalmente lo sa; ma è grave che ciò non gli faccia problema. Anzi, richiamarlo a Gesù susciterebbe probabilmente sulle sue labbra un paterno risolino di compatimento e verremmo congedati con una benedizione che avrebbe più il senso di mandarci a benedire.

A me invece è la sua foto a far ridere. Mi chiedo come uno con un faccione simile sia potuto diventare segretario di Stato. E' proprio vero che a questo mondo sovente sono gli ottusi e i mediocri a farsi largo fra i primi posti.

Una riflessione però m'induce l'espressiva effige del principe della Chiesa: Darwin ha ragione: l'uomo proviene dalla scimmia. Ma non sempre l'opera di evoluzione viene portata perfettamente a termine da madre natura. Bertone dunque o bertuccia?

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domenica 2 maggio 2010

Nostalgia del parlar chiaro
















Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri
allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria
e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro.
Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

E se voi avete il diritto...
di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda,
allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi.
e almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi:
le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove.
Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

don Lorenzo Milani
Lettera ai cappellani militari


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mercoledì 24 marzo 2010

Ricordando Oscar Romero




















Il 24 marzo 1980, l'arcivescovo di San Salvador, Mons. Oscar Romero, veniva assassinato durante la celebrazione eucaristica per essersi messo al fianco della popolazione inerme durante il suo ministero in regime di repressione militare.

Questo blog vuole ricordarlo a trent'anni dalla morte.

L'immagine è la riproduzione del murale situato nella facoltà di Giurisprudenza e Scienze Sociali dell'Università del Salvador.

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San Romero d’America
Pastore e Martire nostro
nessuno farà tacere la tua ultima omelia
Don Pedro Casaldaliga


«Se muoio, resusciterò nel mio Popolo, che il mio sangue sia semente di libertà».
(Da un'intervista rilasciata nel marzo 1980).

«La volontà di Dio è di liberare i popoli dalla schiavitù… Parlando di Israele dice
a Mosè che egli è lo strumento. E qui ascoltiamo, fratelli cari, alcune parole che
potrebbe dire Dio sul popolo del Salvador: “Ho sentito i lamenti del mio popolo. Il
dolore, l’oppressione di questo popolo arriva fino al mio udito; non lo voglio abbandonare,
ho deciso di liberarlo e tu sarai il condottiero di questa liberazione”. Questa
volontà fa nascere la storia dell’Esodo».
(Dall'ultima omelia nella cattedrale di San Salvador, 23 marzo 1980)


«Vorrei fare un appello in maniera speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto
alle basi della guardia nazionale, della polizia, dei quartieri generali.
Fratelli, voi appartenete come noi al popolo, voi però uccidete i vostri fratelli contadini.
Di fronte all’ordine di uccidere dato da un uomo, è la Legge di Dio che deve prevalere, e quella legge dice: TU NON UCCIDERAI. Un soldato non è costretto ad obbedire ad un ordine che va contro la Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata… Ora è tempo che recuperiate la vostra coscienza e che obbediscano alle proprie coscienze piuttosto che all’ordine del peccato… La Chiesa che difende i Diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può starsene in silenzio davanti a tanto abominio. Vogliamo che il Governo prenda
sul serio che le riforme non serviranno a niente se devono essere imbevute di tanto sangue. In nome di Dio, in nome del Popolo che soffre, i cui lamenti crescenti salgono al cielo ogni giorno più forti, io vi supplico, io vi chiedo, io vi ordino: fermate la repressione!».
(Dall'ultima omelia nella cattedrale di San Salvador, 23 marzo 1980)


«Chi si consegna, per amore verso Cristo, agli altri, questi vivrà come il seme di grano che muore, però che muore solo apparentemente. Se non morisse resterebbe solo. Se il raccolto si da invece perché il seme muore, allora il seme si lascia immolare su questa terra, perché solo così produce il raccolto…
Vinta la morte i figli di Dio resusciteranno in Cristo…
Tutto lo sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è sprofondata nell’ingiustizia
e nel peccato, è uno sforzo che Dio benedice, vuole, esige…
Vale la pena lavorare affinchè tutte queste aspirazioni di giustizia, di pace e di bene che abbiamo ora su questa terra, li possiamo formare nell’illuminazione di una speranza cristiana…
Questa Eucaristia è precisamente un atto di fede: con fede cristiana pare che in questo momento la voce di diatriba si converta nel corpo del Signore che si è offerto per la redenzione del mondo e che in questo calice il vino si trasforma nel calice che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti anche per offrire il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per noi stessi, ma per dare un messaggio di giustizia e di pace al nostro popolo…».
(Dall'ultima omelia nella cappella dell'Hospitalito, pochi minuti prima di essere assassinato sull'altare durante l'offertorio, 24 marzo 1980).


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Breve biografia di Oscar A. Romero

1917: Oscar Arnulfo Romero nasce il 15 agosto a Ciudad Barrios, regione di San
Miguel, El Salvador.

1931: Oscar entra nel seminario minore di San Miguel.

1937: Ingresso nel seminario maggiore di San Josè de la Montagna a San Salvador.
Sette mesi più tardi è inviato al Pio Seminario Latinoamericano di Roma per
proseguire gli studi in teologia.

1942: il 4 aprile è ordinato sacerdote a Roma. Pochi giorni prima, il 15 marzo, si
legge nei suoi diari, è il giorno di Venerdì Santo, si trova da solo in visita alla
Basilica di San Pietro a Roma: «Non so cosa mi succede. Mi sento triste.
Presento che il Signore mi chiederà qualcosa in un giorno come questo».

1943: Si laurea in teologia all’università gregoriana.

1944: Torna nel Salvador come parroco.

1966: Viene eletto segretario della Conferenza Episcopale del Salvador, ma continua
a ricoprire una figura marginale, priva di ascendente, sul clero. Molti
inoltre conoscono le sue debolezze teologiche date da una formazione poco
approfondita. Il continuo doversi riferire al magistero, alla Chiesa ufficiale,
ai documenti papali, per proteggersi dagli errori teologici, gli conferisce
poco carisma.

1968: Conferenza dei vescovi Latinoamericani di Medellin (Colombia), che danno
una svolta in senso progressista al lavoro pastorale delle diocesi, da cui
Romero, conservatore e tradizionalista nella rigida formazione romana, si
sente lontano.

1970: A maggio è nominato Vescovo e a giugno Vescovo ausiliare di Monsignor
Luis Chavez y Gonzalez. Alla proposta di nominarlo Vescovo, Romero è
dubbioso; è una persona timida, indecisa, paurosa, che non lascia prevedere
il Vescovo forte e trascinatore che diventerà.

1974: E’ nominato Vescovo della diocesi di Santiago di Maria

1977: Monsignore riceve l’incarico di Arcivescovo di San Salvador il 23 febbraio.
A fare pressione sulla sua nomina sono gli stessi rappresentanti della destra
conservatrice al governo, che vogliono instaurare una vescovo tradizionalista
e che non crei problemi all’amministrazione dello Stato. Romero è ancora
dubbioso sulle sue capacità di poter governare la diocesi metropolitana di
San Salvador. Sono i dubbi di chi misura le sue forze per voler esercitare al
meglio le sue funzioni. Romero è una persona molto scrupolosa, che ha sempre
avuto bisogno delle conferme ufficiali della Chiesa per convincersi delle
decisioni da prendere. A marzo muore assassinato Padre Rutilio Grande. A
maggio è assassinato Padre Alfonso Navarro.

1978: A novembre viene assassinato Padre Ernesto Cabrera. Gli assassinii per
motivi politici sono 147 in tutto l’anno.

1979: Monsignor Romero riceve una nomina come candidato al premio Nobel per
la Pace. Nei soli primi 9 mesi dell’anno si registrano 580 assassinii politici:
un inaudito inasprirsi della violenza repressiva.

1980: A gennaio visita Papa Giovanni Paolo II in Vaticano. A febbraio riceve il
Dottorato honoris causa all’Università di Lovanio in Belgio. Il 9 marzo riceve
il premio della Pace dell’Azione Ecumenica Svedese. Il 24 dello stesso
mese, ultimo giorno di quaresima, è assassinato mentre celebra la messa.

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mercoledì 17 febbraio 2010

La sacra ugola
















Varcate le sue porte con inni di grazie,
i suoi atri con canti di lode,
lodatelo, benedite il suo nome;

poiché buono è il Signore,
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

Salmo 99,4-5


"Nomen omen", dicevano i latini: nel nome il destino. E così, la Signorina Rosetta Della Scala (mai nome d'arte fu tanto azzeccato), al secolo Rosa Colombo, decana del coro parrocchiale, compie oggi 75 anni.

Questo blog vuole ricordarla per le ineffabili virtù canore e musicali, senza trascurare quelle culinarie, così generosamente messe al servizio di tavolate di prevosti e monsignori riuniti nelle più diverse e solenni circostanze.

Frequentatrice assidua e appassionata per tre quarti di secolo della "nostra cara parrocchia", zelante ancella della liturgia domenicale, voce guida inconfondibile nelle processioni del Corpus Domini e dell'Assunta, alla testa di quel resto di Israele che, spronato dai suoi squillanti inviti al canto e alla preghiera, si trascina un po' meno stancamente per le vie di un paesiello cristianamente sempre più assonnato, la Rosetta ha accarezzato con le dolci note della pregiata ugola generazioni di mezzaghesi e schiere di devoti.

Augurandole lunga vita, vogliamo manifestarle la nostra riconoscenza per la sua dedizione alla sacra liturgia e al canto in particolare. Ma soprattutto alla causa dell'evangelo, per la quale continua a spendere in spirito di umiltà i propri giorni.

Per questo motivo, lo sosteniamo seriamente e senza ombra di dubbio, da questo pulpito osiamo proporne la candidatura al sacro ordine del diaconato.

Auguri, Rosa!

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domenica 17 gennaio 2010

Cessare di far di se stessi il centro del mondo




















Vito Mancuso su Repubblica del 12 gennaio.

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... La coscienza cristiana troppo spesso appare come una coscienza infelice, a tratti risulta persino aggressiva, soprattutto in coloro che coltivano sopra ogni cosa l' adesione alla dottrina stabilita dalle gerarchie ecclesiastiche e che coniugano il verbo "credere" sempre accanto a "obbedire e combattere".

Da dove nascono invece quell' essere lieti in profondità, quella gioia inestirpabile verso la vita, quella quiete dello spirito e della mente, che sono il contrassegno di una autentica esperienza spirituale e che sole possono dare risposte convincenti alle inquietudini dei giovani?
Nascono dal sapere di essere a casa in questo mondo di Dio, dal senso di intima comunione con l' essere e con la natura che portò Francesco d' Assisi a scrivere il "Cantico delle creature", e dalla certezza che l' incarnazione di Dio non riguarda solo un giorno lontano di tanti anni fa ma è la dinamica che si avvera ogni giorno, in tutti gli uomini che amano il bene e la giustizia.

Gesù è l' uomo che cessa di fare di se stesso il centro del mondo e si pone al servizio di una realtà più importante di sé.
Anche la Chiesa deve cessare di fare di se stessa il centro del mondo e si deve porre al servizio di qualcosa di più grande di sé, del bene comune e di ogni singolo individuo di questa nostra società, credente o non credente, bianco o nero, etero o omosessuale.

Vito Mancuso

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domenica 29 novembre 2009

Adulazione













"Talvolta i vescovi non parlano, perché così bloccherebbero la loro eventuale candidatura al cardinalato. Questo carrierismo implicito fa un grande male alla chiesa… Mai dovremmo lasciarci prendere dall'adulazione…".

Carlo Maria Martini - Le ali della libertà - (Piemme 2009)
(p. 59)

I vescovi per via del papa.
I preti per via del vescovo.
I laici per via del prete...
Il risultato è una lucerna messa sotto il moggio, sale senza sapore, buono solo per essere sparso a terra e calpestato.
C'è sempre un buon motivo personale - magari richiamandosi a una malintesa obbedienza - per rinunciare alla parresia, alla libertà dello spirito e restarsene muti in ogni occasione in cui il potere di turno venga messo in discussione.
Curandosi di gran lunga più della propria ciambella di salvataggio che della nave alla deriva.

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lunedì 7 settembre 2009

Somnus ecclesiae

















"Purtroppo nella Chiesa di Cristo il silenzio dei semplici fedeli pesa come un enorme macigno sul cammino della comunità.
Per secoli costretta e poi assuefatta al silenzio, la comunità dei credenti si muove incerta tra l'indifferenza e l'abbandono: è la comunità dei sordomuti non ancora liberati da Cristo.
La gerarchia ha sostituito la comunità, ogni parola cade dall'alto con un linguaggio sclerotizzato, insignificante all'uomo moderno, come moneta fuori corso".

don Vittorio Mencucci, Adista

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martedì 11 agosto 2009

Oh santa prudenza!

















Una lettera aperta di don Paolo Farinella da Genova al suo vescovo il cardinale Angelo Bagnasco, che è anche presidente della CEI, sulle note (?) vicende di letto del signor B.
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Berlusconi, CEI «te absolvit a peccatis tuis in nomine RU486»

Genova, 3 agosto 2009
Sig. Cardinale,
le scrivo per la seconda volta e per lo stesso motivo, non nella speranza di una sua risposta, perché ho coscienza da me di essere un poverello senza arte né parte all'interno della grande Chiesa cattolica, di cui però mi onoro di essere modesto prete, tenuto agli stessi insegnamenti, cui peraltro anche lei dovrebbe sentirsi obbligato, forse più di me. Ho però la consapevolezza, e quasi la prova, che gli insegnamenti non tanto dottrinali, quanto morali, viaggino su binari paralleli: la morale cattolica vale per i poveri, non per il potente in ambasce che la Cei corre a soccorrere anche in presenza di una conclamata recidività e in assenza di un qualche segno di pentimento.
Da mesi il mondo cattolico aspetta una sua parola chiara e inequivocabile sul comportamento di Silvio Berlusconi le cui ignobili prodezze di uomo e, soprattutto, di capo di governo, fanno il giro del mondo. L'ultima è del 31 luglio 2009, durante il saluto ai deputati del suo partito prima delle ferie. Berlusconi, che alcuni giorni prima aveva ironizzato sulla "santità" ( "Non sono un santo, ma sono così perché il popolo mi vuole così "), credendo di fare ridere, ha rincarato: "La sapete l'ultima sulla D'Addario? Dice che Berlusconi non è un santo, ma in effetti scopa come un dio "; deputati e senatori, cattolici in prima fila, of course, si spellavano le mani.
La D'Addario, per sua informazione, è la escort (in italiano: prostituta) di lusso barese che ha aiutato Berlusconi ha mantenere l'impegno assunto il 25 ottobre 2003 solennemente all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, davanti alle massime autorità pontificie: " La maggioranza e il governo si impegneranno sempre in difesa della famiglia. Il matrimonio è una cosa sacra ". Infatti per essere fedele a due matrimoni, sfociati in divorzio, frequenta minorenni e donne a pagamento importate dall'est e dal sud (si chiama tratta di prostituzione), con tanto di magnaccia a suo servizio. Il suo avvocato (ndr: suo onorevole in parlamento ) garantisce che di donne "ne può avere a carrettate".
Lei, signor Cardinale, è scomparso, liquefacendosi come neve al sole anche fisicamente. Dopo più di un mese di assordante silenzio e di sgomento nel mondo cattolico per il suo tacere, a cui non eravamo affatto abituati, ecco giungere il riferimento implicito del segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, all'interno di una omelia. Ha detto sì, parole forti, ma non dirette: le sue parole, infatti, possono essere applicate a tutti. Qui però lo scandalo non è "di tutti", ma di uno solo: del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Lui spergiura sui figli in tv; lui usa sedi istituzionali (protette ancora oggi dal segreto di Stato) per sfruttamento della prostituzione; lui frequenta minorenni (testimonianza della moglie, provata documentalmente da `la Repubblica'); lui suggerisce alla prostituta, con cui ha passato la notte, di masturbarsi da sola, come se fosse geloso di altri uomini, ed è sempre lui che esprime il desiderio di una ammucchiata tra donne con lui spettatore.
Sig. Cardinale, se non lo avesse ancora capito, lui è Silvio Berlusconi, non "tutti ". Ha offerto cariche politiche e di governo a donne che si vantano di essere cattoliche; ci è lecito chiedere: in cambio di quali favori? La ministra cattolica alla pari opportunità quali meriti culturali e sociali aveva per assurgere dai calendari dove posa nuda al seggio di ministro? La ministra devota aveva predisposto un decreto contro i clienti delle prostitute, ma ha dovuto subito riporlo in fondo al cassetto, troppo pericoloso per gli amici baresi del presidente del consiglio. Il quale presidente le ha provate tutte per uscire indenne da questo abisso di depravazione con il risultato di aggravare sempre più la sua posizione a livello mondiale.
Poi, all'improvviso, come un dono piovuto dal cielo, venne la Ru486, la quale, prima ancora di cominciare il suo tormentato cammino ha prodotto il grande miracolo: ha fatto riapparire lei come d'incanto, dandole l'occasione di occupare immantinente le prime pagine dei giornali e delle tv. Poi venne la volta del giornale dei vescovi, «Avvenire», che ha cercato di riscuotere la botte piena e la moglie ubriaca, pubblicando lettere indignate di preti e laici, assumendo posizioni, ma sempre in modo "politically correct ", per dire che la gerarchia della Chiesa ha parlato e ha detto tutto quello che c'era da dire. Peccato che nessuno abbia sentito.
Lei in nome della Cei tuona grandine e fulmini ogni qualvolta ritiene minacciati gli interessi della " Chiesa " (?) in campo etico (vedi la vergognosa e sporca cagnara sul corpo esamine di Eluana Englaro) o in campo economico (vedi messa a ruolo per insegnanti di religione e finanziamenti alle scuole cattoliche), imponendo anche l'agenda del governo e determinando il voto del parlamento, come se fossimo in un qualsiasi regime talebano di stampo iraniano come dimostra la stoccata finale a quanti nel governo " potevano " ma " non si sono impegnati a fermare la Ru486 ". Nel governo? Quale autorità ha lei sul governo? Senza pensarci due volte invita i medici interessati ad ampliare il loro già amplissimo spazio di obiezione di coscienza, come se i medici fossero dipendenti della Cei. La "discesa della civiltà del nostro Paese ", di cui lei si lamenta, non è forse questa usurpazione del potere legislativo e di governo di una nazione democratica, sovrana e indipendente anche da qualsiasi Chiesa?
Le sue parole però possono avere il significato che purtroppo hanno: essere un salvagente provvidenziale gettato a Berlusconi per farlo uscire dall'abisso della melma in cui ogni giorno che passa sprofonda sempre più. Il 2 agosto, lo stesso giorno della sua intervista all' Avvenire, i vescovi irlandesi sull'Irish Times di Dublino prendono posizione e criticano i vescovi italiani che " quando è il caso, fanno interventi spettacolari ", mentre nei confronti di Berlusconi "sembrano riluttanti a commentare" e citando il caso di Eluana Englaro concludono che allora parlare in difesa dei valori cristiani non sembrava difficile, né alla gerarchia, né allo stesso Papa. O no? Come vede, non sono né solo né esagerato.
Ecco dunque la situazione. Lei ha perso la parola nei confronti del presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, corrotto e corruttore di tribunali e minorenni, difensore strenuo della "sacralità della famiglia " e al tempo stesso «utilizzatore finale» di prostitute a pagamento, ma l'ha subito riacquistata per condannare la pillola Ru486, che, per altro, in Italia è già parzialmente in uso dal 1999. Lei ha perso la parola per condannare una legge contro i poveri del mondo che grida vendetta al cospetto di Dio, per riprenderla subito in difesa dell'unico povero che sembra interessarla: il povero embrione. La domanda è: Cui prodest? Viene il sospetto che tutto sia stato orchestrato da mani sapienti per giungere proprio a questo punto. Lo scopo possibile infatti è chiaro, come dimostra la reazione immediata del governo. Berlusconi farà di tutto per recepire gli ordini della Cei e del Vaticano e presenterà ogni limitazione possibile del farmaco su un piatto d'oro come "contributo filiale", un autentico "ex-voto per grazia ricevuta", anche a costo di varare un decreto e imporre al parlamento di votarlo senza fiatare il 15 agosto e mezzogiorno.Il prezzo della contropartita sarà un "requiem aeternam " definitivo, uno scudo tombale sulla corruzione morale del presidente del consiglio e del suo governo, magari con la benedizione finale e una bella visita in Vaticano, che ha la vocazione innata di togliere le castagne dal fuoco dei governi corrotti: lo fece con i concordati con Hitler e Mussolini, lo fa adesso con il piduista e massacratore di democrazia, Berlusconi Silvio. Ad meliora!
Sig. Cardinale, lei salva Berlusconi sulla scena politica dell'Italia, ma non lo salva dal disgusto della maggioranza degli Italiani, compresi i cattolici, per i quali resta quello che è: l'ideatore, il mandante e l'esecutore della morte della democrazia e dell'etica in Italia. Egli con le sue tv e giornali fa "trend" perché ha avvelenato i pozzi della convivenza, della dignità, del bene comune, della legalità e dello Stato di diritto e della democrazia: ha avvelenato il popolo italiano che in buona parte lo venera come idolo ed esempio da imitare. Tutti se ne accorgono, solo certi vescovi sembrano ciechi e sordi.
Ho l'impressione che da questo momento, Lei e la Cei siate complici silenziosi della sua immoralità e perdete ex sede il diritto di parlare di morale e di valori cattolici, di famiglia cristiana e di matrimonio sacramento. Nel momento in cui coprite le nefandezze di un capo di governo che, secondo la legge (can. 1398), è scomunicato latae sententiae perché complice nel 2005 di aborto di un suo figlio al settimo mese (ammissione pubblica della moglie al Corriere della Sera), voi autorizzate le donne non solo ad abortire, ma ad usare la Ru486 con tranquilla coscienza: se, infatti, assolvete lui, nelle condizioni date, che continua ad autoassolversi perché non ho fatto nulla di disdicevole, voi assolvete tutti. e condannate voi stessi.
Sig. Cardinale, per una volta, una volta sola, cessi di essere diplomatico professionista e torni ad essere il prete don Angelo, cristiano, ascoltando la nostra gente, i loro bisogni, le loro fatiche, i loro dubbi, la loro solitudine. Usi con Berlusconi quella stessa severità che i vescovi sono soliti usare con coloro che comunque continuano a disobbedirvi perché la loro parola, il loro stile di vita, il loro modo di vestire allontanano piuttosto che avvicinare a Dio e alla "loro chiesa " a volte, ridotta ad una lobby potente in cerca di potenti e di trafficanti e perde figli e figlie , scandalizzati ed esasperati.
Lei e la Cei non potete vendere Dio e Berlusconi non lo può comprare perché Dio ha distolto i suoi occhi: "Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei (…) Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,15-17). A sua volta il profeta Ezechiele profetizza: «Guai ai pastori che pascolano se stessi … vanno errando le mie pecore su tutti i monti e nessuno se ne cura. Eccomi contro i pastori. Strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto» (Ez 34,2.6.10). Ai profeti dell'AT fa eco Gesù e non vi lascia scampo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente» (Mt 23,2.4) con la conseguenza di una rovina generale. " Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito» (Lc 11,52).
Sig. Cardinale, lei e i vescovi che lei rappresenta, siete stati chiamati per essere pastori del popolo di Dio, vi siete ridotti ad essere veggenti nel libro di un " benefattore " e padrone, corrotto e immorale. Che Dio vi aiuti.

Paolo Farinella, prete.

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lunedì 10 agosto 2009

Per uno sfarfallio di mutande
















In questi giorni di vacanza ho seguito su "Repubblica" le gesta erotiche del signor B. Stando ad alcuni sondaggi credo di appartenere al 30% di italiani che sono stati informati sullo scandalo a luci rosse che vede coinvolto il signore in questione. I principali telegiornali naturalmente lo hanno taciuto, attirando sulla televisione di stato il paragone non azzardato con le emittenti nazionali della Germania Est. Temo quindi che qualche frequentatore dei cinque o sei che passano abitualmente per questo blog non sappia nemmeno di che cosa si stia parlando.
Anche la Chiesa istituzionale è intervenuta con qualche generico monito che ha suscitato nel popolo cattolico una certa perplessità, perplessità giunta persino sulle colonne di "Avvenire". In effetti i capi ecclesiastici non è che abbiano proprio tuonato, al contrario di quanto abitualmente avviene allorchè in campo ci siano valori morali cosiddetti non negoziabili. Scrive bene Vito Mancuso sul Repubblica del 3 agosto: "Sono sicuro che nessun sacerdote scriverà mai al direttore di Avvenire per chiedergli come mai la voce di condanna della Chiesa sulla pillola abortiva non si sia levata in modo chiaro e forte". In ogni caso un piccolo risveglio c'è stato.
A tal proposito , con la sua solita leggerezza, mi aveva fatto sorridere (un po' amaro) l'intervento di Michele Serra ne "L'Amaca" del 26 luglio.
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"E dunque sembra che parte del mondo cattolico consideri con fastidio il portamento sessuale del signor B. Quello che resta oscuro – per le anime semplici come chi scrive – è che cosa, nel corso degli ultimi vent’anni, il suddetto mondo cattolico abbia pensato di tutto il resto: dell’accumulo di potere, dello sfoggio di ricchezza, dei mercanti nel tempio, dell’umiltà ignorata, delle leggi piegate a interessi privati, della comunità mercificata, dell’ingordigia lodata, della sobrietà dimenticata.
C’era forse qualcosa di evangelico, nella parabola del signor B? Qualcosa di pio nei suoi palinsesti? Qualcosa di salvifico in lui medesimo, come ebbe a dire nei suoi giorni estremi il povero Baget Bozzo?
Possibile che per tanti cattolici sia sempre e solo il sesso, a produrre sobbalzi etici, ripensamenti morali? Non era già abbastanza anticristiano un signore venuto al mondo per santificare i quattrini e la pacchianeria del potere, banalità per altro già arcidiffuse? C’entrava qualcosa con De Gasperi? Con Sturzo? Con il cristianesimo sociale, con i canti ciellini?
Sono stati muti e sordi per vent’anni. Li ha risvegliati uno sfarfallio di mutande".

Michele Serra
Repubblica 26 luglio 2009


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venerdì 17 luglio 2009

Benvenuti a Cainolandia!


Rilancio una lettera di Ettore Masina, scrittore e giornalista.
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Cainolandia

Cerco di dirlo pacatamente, quanto più posso, ma debbo dirlo ad alta voce perché mi accade frequentemente che amiche e amici mi domandino (ed io lo domandi a me stesso) cosa significhi essere cattolico; e ne parlo in pubblico perché oggi più che in tante altre occasioni sento il bisogno di far parte di un gruppo che non accetta di vivere passivamente la storia. E dunque grido: se pensassi ancora, come un tempo, che essere cattolico vuol dire prestare ossequio all’istituzione vaticana (lo stato-Santa Sede, la burocrazia ecclesiastica, il centro di potere che si incarica di tradurre il vangelo in diplomatichese, sbiadendone il significato), allora preferirei considerarmi cristiano in diaspora, lontano da ogni denominazione. In queste ore, infatti, sono travolto da un sentimento che è più che indignazione o rabbia o sconforto: la parola esatta per qualificarlo è schifo.
Molte delle persone che condividono la mia fede, spesso tormentata e confusa ma non ignobile (spero) nella sua ricerca di coerenza, hanno probabilmente già compreso a quale sciagurato evento mi riferisco. Il Parlamento italiano ha votato l’altro giorno il famoso “pacchetto” sulla sicurezza, e subito tutte le associazioni cristiane che, con competenza e generosità si occupano di migranti, hanno non solo dichiarato ma mostrato come esso sia del tutto inadatto allo scopo e destinato, invece, certamente, a generare una grande massa di dolori e di problemi; come esso sia, per darne una definizione assolutamente adeguata, non soltanto razzista ma nazistizzante. Ed ecco intervenire il Vaticano. Per confermare la denunzia e assicurare che la Chiesa intera, congregata intorno al suo fondatore, il quale non esitò a identificarsi nei poveri (“Ero straniero e tu mi hai ospitato…”) difenderà in tutti i modi la causa dei poveri giunti fra noi spinti dalla miseria? Nient’affatto: per chiarire, invece, che le critiche al provvedimento non proveni-vano dalla Santa Sede.
Dichiarazione inoppugnabile. Il Vaticano aveva evidentemente molte altre cose cui pensare. Ma come non essere certi che essa sarebbe stata interpretata come autorevole e quasi definitiva delegittimazione dei dissenzienti? Questa lettura la trasmettono difatti a catena tutti i tiggì e la stampa del governo. La maggioranza sghignazza: vedete? La Chiesa (quella che conta, il Papa e i cardinali) non hanno niente da dire, dunque sono con noi, e i cattolici insorti contro la legge sono i soliti esaltati (o comunisti). Mi sono occupato per tanti anni, da giornalista, di informazione religiosa e so bene che cosa a chi gli domandasse perché risponde-rebbe il fariseo con lo zucchetto rosso che ha dato ordine di diffon-dere quella precisazione. Direbbe che una cosa è la Santa Sede, presenza statuale che si occupa di questioni internazionali; e un’altra cosa è la Chiesa articolata nelle sue presenze territoriali e delegata a occuparsi di problemi “locali”; che la Santa Sede, il Vaticano, patteggia i concordati, diffonde principi generali, non interviene pubblicamente in questioni nazionali. Non bisogna confondere – direbbe sorridendo l’alto prelato - diplomazia e profezia.
Naturalmente è così soltanto dal punto di vista formale, almeno per quanto riguarda l’Italia. Siamo in molti, penso, a ricordare con quale pesantezza “alti” abitatori dei Sacri Palazzi siano intervenuti sul “caso Englaro”. Se qualcuno si preoccupò allora che la Santa Sede venisse coinvolta nel dibattito in quanto tale, quella volta i farisei in zucchetto rosso si guardarono bene dal dire che il Vaticano non c’entrava… Certi silenzi e certe informazioni non richieste sono manovrate accurata-mente, razionalmente, addirittura sapientemente. Ma poiché - è un dato di fatto - la Chiesa o è profetica o è una misera centrale di potere, quando ascolta più la voce della “prudenza” che quella dello Spirito Santo, la burocrazia vaticana rivela una sconcertante aridità di sentimenti, una mancanza di “pietas” che allontana masse crescenti di cattolici e conferma nel loro rifiuto quelli che, spesso dolorosamente, si sono allontanati.
Questa volta, a me pare, il chiamarsi fuori è particolarmente disgustoso perché gravissimo è quanto è accaduto. Non è un fatto “locale”, è un fatto d’importanza universale. Un intero Paese, a maggioranza cattolica, almeno nei censimenti, si dà, attraverso il suo parlamento, una legge, intrinsecamente ma con ogni evidenza, anticristiana. Dal 2 luglio 2009 l’Italia potrebbe mutare nome e chiamarsi Cainolandia perché è la legge dell’odio quella che è stata approvata sotto il controllo governativo del voto di fiducia. Una vena di autentica crudeltà corre per i suoi articoli. Per farne qualche esempio. la puerpera clandestina la quale ricorra a una struttura pubblica sanitaria per partorire non potrà riconoscere anagraficamente il suo bambino (che potrà dunque esserle sottratto e dato in adozione, a questa ferocia neppure Hitler era arrivato!); l’entità delle multe che l’immigrato dovrebbe pagare è fuori dalle possibilità economiche di qualunque lavoratore “manuale”. Non devono arrivare nuovi stranieri e sarebbe bellissimo se anche gli altri se ne andassero o, nel caso rimanessero “ si decidessero a stare “al loro posto”. Benvenuto in Cainolandia, presidente Obama figlio di un nero; benvenuto presidente Sarkozy, figlio di immigrato… Il Bel Paese è dal 2 luglio 2009 una terra il cui popolo dichiara per legge che un milione di persone deve andarsene immediatamente o rendersi invisibile: comprese, perché il delitto di “clandestinità” riguarda non solo l’immigrazione ma anche il soggiorno, quelle badanti e colf che oggi integrano la vita di tante famiglie. Criminali anche loro: e non conta che molte di loro e le loro datrici di lavoro stiano da tempo cercando una regolarizzazione. Criminali anche i profughi politici. Che c’entriamo noi, con le loro beghe? Se i clandestini non se ne andranno rapidamente (e dove? E come?), se i giudici, magari opportunamente stimolati da delatori in camicia verde, dispenseranno gran numero di condanne, le carceri del nostro paese, già in situazione di collasso, si trasformeranno rapidamente in lager. Così i centri di espulsione. Aumenterà il numero degli aborti. Si aprirà ben presto un conflitto tra le forze dell’ordine, alle quali il governo nega basilari finanziamenti e le ronde degli aspiranti sceriffi, desiderosi di provare i loro muscoli e le loro mazze da baseball sui nuovi sottouomini.
Un popolo che si dà leggi del genere cambia l’antropologia mondiale, tanto più se era ricco di tradizioni di civiltà e di realtà religiose. Il Papa è tedesco e forse non può cogliere in tutta la sua virulenza questa ideologia della paura, questa voglia di far del male a chi involontaria-mente ossessiona un’insicurezza che è, innanzi tutto, perdita di identità in un mondo in mutamento, questo antico simbolismo pre-cristiano per cui il forestiero è per definizione un nemico. Ma la Santa Sede, il Vaticano e – ahimé - la Conferenza episcopale italiana non possono pensare di avere parlato ai credenti con chiarezza. La preoccupazione di nuocere a un governo amico, a un PdL definito dall’”Osservatore Romano” singolarmente adatto a difendere i valori cristiani, la stessa preoccupazione che ha soltanto bisbigliato la deprecazione ecclesiastica per i festini cavallereschi, anche stavolta è prevalsa sulla necessità della chiarezza. Come avvenne, purtroppo, per il fascismo e per il nazismo, il “Non ti è lecito!” del Battista e di Ambrogio, sembra eccessivo ai porporati benpensanti, i discorsi dei vertici ecclesiastici sono ancora una volta sussurri talmente vaghi che per risultare comprensibili bisogna studiarli a lungo. Potranno forse essere citati come alibi nel futuro. Nell’oggi, accanto al pianto dei respinti, appaiono mormorii timorosi di disturbare.
Ma è venuta domenica. Molti parroci, salendo all’altare, hanno preso impegno, davanti alla loro comunità (o addirittura insieme con la loro comunità) di violare la legge leghista tutte le volte che il Vangelo lo richieda. E noi?

Ettore Masina

http://www.ettoremasina.it/testi/Lettere/L143giu-lug09.html


"Caino uccide Abele", vetrata, Duomo di Milano

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giovedì 9 aprile 2009

Ma Dio non manda i terremoti

















Martedì mattina, il giorno dopo il sisma che ha colpito l’Abruzzo, ascoltavo in macchina attorno alle 9 il “commento alla stampa” di p. Livio Fanzaga, padre fondatore di RadioMaria.
Due cose mi hanno colpito delle sue sottolineature.

La prima. Gesù manda le croci. E le manda a spalle capaci di portarle. Come per esempio quelle del vescovo de L’Aquila, scampato miracolosamente al sisma e premurosamente ospitato in casa della sorella. E le manda a tutte quelle persone che sono “pronte a seguirlo”. Potremmo tradurre, niente affatto liberamente: Dio – che i cristiani conoscono come misericordioso, addirittura un Dio che è Padre (qualcuno dice che sia anche Madre) – avrebbe mandato il terremoto in Abruzzo per portarsi con sé coloro che riteneva pronti a raggiungerlo nella comunione dei santi.

La seconda. Pare che in un paesino della zona colpita dalla calamità naturale, tutte le case siano crollate tranne una, nel giardino della quale stava una statuetta della Madonna di Lourdes. “Altro che statue di Venere – ammoniva il conduttore radiofonico, con piglio bilioso – mettete nei vostri giardini statue della Madonna!”. In questo nulla da eccepire: molto meglio una bella statua della Vergine che certe orribili riproduzioni di Biancaneve e i sette nani lungo il vialetto di ingresso. Ma mi domando, e questo è l’aspetto serio: quali immagini religiose emergono da simili argomentazioni?

Come si fa a spiegare a una mamma che ha estratto dalle macerie il proprio bambino morto sotto i calcinacci che Dio, venuto di notte come un ladro, ha pensato bene di mandare a lui la “croce” del crollo della casa solo per poterselo prendere, giacché lo aveva considerato pronto? Vi pare che sia un ragionamento religioso e che tenda a una qualche forma di consolazione? Oppure, nella sua blasfema incomprensibilità, non possa far altro che aumentare il dolore e la rabbia?
Sì perché, in simili discorsi ammantati di sacro, l’immagine di Dio-Padre-buono sfuma dietro quella di un despota senza scrupoli seduto in trono, che dall’alto della propria onnipotenza lancia sconquassi sul mondo per metterlo alla prova e prendere con sé quanti siano insindacabilmente giudicati maturi per il regno dei cieli.
Incredibile! Se a pensarci viene da vomitare a me, chissà che cosa dovrà succedere a quella madre o a quel padre nel sentirsi raccontare porcherie teologiche di questa natura.

E la Madre? E Maria? La giovinetta di Nazaret, l'icona stessa della tenerezza capace di accogliere il mistero della Parola che si fa prossima al dolore del mondo, si vede ridotta al ruolo di vigilante di una qualche compagnia di sicurezza. Se avete messo la sua effige di gesso in giardino potete stare tranquilli: avrete salva la vita, altrimenti vi si sfascia la casa e vi muoiono figli. Proprio una bella immagine di madre, complimentoni padre Livio! Non le pare che somigli piuttosto al fascio di issòpo intinto nel sangue di animali sacrificati, utilizzato dalle famiglie ebree in Egitto per indicare allo Sterminatore di passare oltre le porte la cui architrave fosse stata spruzzata di liquido ematico?

Certi preti predicano la redenzione ma non ci credono. Come in una gara di atletica, questi custodi della legge hanno costantemente bisogno di alzare l’asticella della salvezza, via via sempre più in alto (naturalmente per gli altri, perché loro poi ci passano sotto). Non gli basta che Dio si sia abbassato e “umiliato sino alla morte e alla morte di croce”, prendendo sopra di sé una volta per tutte il dolore del mondo. Pretendendo di saperla sempre più lunga persino del Padreterno, costoro applicano al Dio di Gesù atteggiamenti che gli sono assolutamente estranei, proiettando su di Lui le proprie mai risolte ossessioni nevrotiche, spacciate per verità di fede.
Guide cieche, tornano incessantemente a riesumare il cadavere di un Dio precristiano, cui mostrano di essere particolarmente affezionati, inquietante nella sua ambiguità. Un Dio che dobbiamo chiamare buono ma che poi fa morire la gente perchè così gli par bene. Precisamente l’immagine di Dio che Gesù ha tentato di sradicare dal cuore del suo popolo, pagando a caro prezzo la sua testimonianza di un Dio premuroso verso tutte le sue creature.

Dietro argomentazioni simili a quelle prodotte in diretta radio da p. Fanzaga, il lieto annuncio tace, la buona novella non trova diritto di cittadinanza. Al suo posto una brodaglia di contraddittorie nozioni da catechismo della prima comunione, che umiliano la ragione e il buon senso e che sarebbero degne di silenzio, se soltanto non facessero letteralmente ammalare chi abbia la buona fede di prenderle sul serio.

No, Dio non manda i terremoti e neppure li permette. Semplicemente accadono anche se Lui non li vuole. Dio non fa questo giochino di terrorizzare i figli nel cuore della notte per farne perire qualcuno e dire che era pronto al trapasso. I terremoti non vengono da Dio, anche a discapito della sua presunta onnipotenza. Secondo il Magnificat egli è semplicemente “Colui che è Potente”. “Potente solo d’amare”, canta David Maria Turoldo.
E il biblista Fernando Armellini grida: “Dio è solo buono”. Basta parlarne a vanvera, nominandolo invano. Per di più dai microfoni di una radio che si autocelebra come più cattolica del papa. È infrazione al settimo comandamento. Vada a confessarsi, reverendo!

martedì 24 marzo 2009

Sicut pastor bonus



Il 24 marzo 1980 moriva Mons. Oscar Romero.
Moriva per il suo amore al vangelo e al popolo oppresso.
Moriva perchè non si era accomodato sugli scranni del tempio o dietro una qualche cattedra accademica, ma era sceso in mezzo al suo popolo a recare il lieto annunzio delle beatitudini.
Moriva con l'accusa di comunismo, quando egli voleva soltanto dare corpo alla buona notizia che la terra è opera di un Padre buono e che tutti i suoi figli hanno per questo diritto a vivervi con dignità. Se sostenere con forza questa fondamentale istanza cristiana significa essere comunista, allora Mons. Romero era sicuramente comunista.

Egli rimane ancora oggi simbolo di una religione che rifiuta di lasciarsi incasellare dal potere dominante e, a rischio dell'incompresione e del martirio, non si sottrae al compito che la fonda e la sostiene.

Onore a Oscar Arnulfo Romero.

martedì 17 marzo 2009

Al fuoco !!!

















Si calcola che nella sola Africa subsahariana ci siano circa 28 milioni di persone infettate dal virus HIV, il 60% delle infezioni mondiali.

Arrivare in Africa e ribadire graniticamente che il preservativo non è la soluzione alla piaga dell'AIDS è fare un po' come quel tizio che, di fronte al bosco che va a fuoco per incendio doloso, si attarda a sermoneggiare circa la necessità di reintrodurre l'educazione civica nella scuola dell'obbligo.

Siamo d'accordo con lui, a condizione che nel frattempo ci conceda di chiamare i pompieri.


domenica 14 dicembre 2008

Perle ai porci

Ci sono parole in questa nostra italietta che vengono utilizzate come dei mantra: nessuno sa chi le abbia coniate, che cosa vogliano dire, ma vengono rilanciate ad ogni occasione, tanto per buttare un po' di fumo negli occhi di chi ascolta e darsi l'aria di saperla lunga.
Una di queste è "cattocomunista" con relativo corollario di aggettivi. Ad usarla come una sciabola sono i paladini del cosiddetto cattolicesimo tradizionalista, che della tradizione ecclesiale conoscoscono naturalmente ben poco e la confondono normalmente con la blusa a strisce degli svizzeri in Vaticano o con il ruminare latino delle liturgie, lingua nella quale per altro venivano immancabilmente rimandati a settembre già in prima media, a giudicare dal loro italiano.

Ad essere annoverato nella schiera dei cattivoni cattocomunisti è stato recentemente il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, in occasione del suo discorso alla città, tradizionale appuntamento di S. Ambrogio.

Alla Milano bene, impegnata nella passerella alla prima della Scala, non sono proprio andati giù i benevoli riferimenti che Tettamanzi ha fatto nei confronti dell'Islam. Il ministro La Russa e lo scudiero De Corato, da dietro i loro smoking acquistati per l'occasione, irridevano in diretta televisiva il poveretto: "Il Gardinale benzi alle annime, ghe alla bolidiga gi penziamo nnoi".

Stiamo freschi! Non riusciamo proprio ad immaginare che cosa La Russa pensi essere l'anima, mentre ci pare di capire piuttosto bene che cosa intenda per politica: la voce grossa coi più deboli e una indefessa piaggeria nei confronti dei più alti in grado. Soltanto così uno come lui ha potuto aspirare a dirigere un ministero della Repubblica.

Ecco il passaggio incriminato del discorso di Tettamanzi:

«In tante zone della Città, inoltre, mancano anche gli spazi fisici e le occasioni concrete per fermarsi a riflettere e a pregare. Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della Città. Ne hanno un bisogno ancora più urgente le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam. Abbiamo bisogno anche di iniziative culturali che favoriscano la riflessione, non di provocazioni che suscitano esclusivamente dibattiti sterili e scalpore ma che non accrescono l’interiorità».

Chi mastica appena qualche cosa di vangelo, capisce subito che il tenore e il contenuto del discorso dell'Arcivescovo sono assolutamente in linea con i valori cristiani, quelli assolutamente non disponibili (altro mantra). Valori che insegnano scandalosamente ma realmente a cedere anche il mantello a un compagno di viaggio così esigente da richiederti la tunica; o fare con lui il doppio della strada che egli ti costringe a percorrere. Questo forse La Russa non lo ha mai letto nè ascoltato dai suoi cappellani militari, altrimenti non si stupirebbe di sentire un vescovo cattolico parlare a questa maniera.

Ma tant'è: ogni occasione è buona per mantenere alta la nevrosi sicuritaria, ad arte allestita dalla destra italiana al potere. Che ama la Chiesa soltanto quando non dice nulla di scomodo nei suoi confronti. Così, mentre la Moratti - in un impulso intimista - tenta di annacquare le parole del Cardinale («Sua eminenza non ha parlato di moschee in modo specifico. E' giusto che ci siano luoghi di culto per chi vuole esprimere la propria fede, ma vanno prima di tutto cercati dentro di noi»), così si esprime un altro bell'esemplare di questo governo circense, il ministro Calderoli:

"In un momento in cui la Chiesa di Roma è tornata alla sua missione di guida spirituale e di salvaguardia delle tradizioni, abbandonando il piccolo cortile degli intrighi della politica italiana, spiace vedere che il cardinale Tettamanzi si pone come uno degli ultimi baluardi del cattocomunismo".
"Il cardinale Tettamanzi non spende parole quando in Spagna si tolgono i crocifissi dalle scuole, ma si fa oggi paladino delle moschee. Non mi risulta che nelle sacre scritture ci siano riferimenti alla difesa dei diritti di chi considera le altre religioni un ostacolo da abbattere. E neppure che inviti ad accogliere presunti luoghi di religione che in realtà sono scuole di violenza. Noi diciamo sì ai luoghi di culto che siano controllati, ma diciamo no alle cattedrali del terrorismo".

Che dire?
Al Cardinale Arcivescovo vorrei offrire un suggerimento: è vero che il vangelo deve essere predicato dai tetti, in ogni occasione, opportuna e inopportuna. Ma occorre anche vigilare e non gettare le sue perle ai porci, affinchè non le calpestino con le loro zampe e con un gran sorriso ti si rivoltino poi contro per sbranarti. Soprattutto nel caso del terribile porcus irridens, di cui abbiamo una diapositiva.
Quella suina e gaudente è una razza imperante di questi tempi. Per essa ci vorrebbe davvero che avvenisse di nuovo un gran prodigio, come successe a Gerasa: basterà l'ennesima parolina incantata tipo "aumentare i consumi" o "uscite a fare shopping"; una bella sgroppata dell'intera mandria, con il capobranco in testa, giù giù per il burrone a picco sui marosi e... viva l'Italia!




venerdì 5 dicembre 2008

Suvvia monsignore, qualcosa di migliore!

Nei giorni scorsi la Santa Sede, nella persona del proprio rappresentante all'ONU, mons. Celestino Migliore, ha votato contro la proposta francese di depenalizzare l'omosessualità in tutto il mondo. Non è mistero che in molti Paesi, le persone sospettate di avere una relazione omosessuale vengano oltraggiate e persino messe a morte. Questo stesso blog si era occupato di un caso estremo avvenuto in Iran giusto un anno fa.
La ragione della posizione vaticana risiede nell'idea tutta da dimostrare che la richiesta di depenalizzazione aprirebbe la porta al pieno riconoscimento delle unioni gay con conseguenti "nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni".

Credo sia lecito qualche semplicissimo pensiero.

Il catechismo della Chiesa cattolica afferma che si devono evitare forme di discriminazione verso le persone omosessuali: chiedere che vengano abolite nel mondo le pene previste per il "reato" di omosessualità mi sembrerebbe andare nel verso della proposizione del catechismo stesso. Non chiederne l'abolizione mi pare invece smentire il catechismo. Mi pare un atteggiamento degno del più goffo cerchiobottismo quello di voler sbandierare il catechismo senza provare a dargli corpo.

Ancora prima del catechismo, è il vangelo che, nella sua visione della vita e del mondo, si schiera indiscutibilmente e sempre dalla parte delle vittime della discriminazione e della violenza. Se Gesù fosse oggi l'osservatore permanente della Santa Sede all'ONU, che tipo di accoglienza avrebbe offerto alla proposta francese? Preoccuparsi della eventuale discriminazione degli Stati piuttosto che farsi carico di quella reale di individui abbandonati alla violenza di leggi barbariche mi pare del tutto lontano dalla originaria sensibilità evangelica.

Ho letto il duro intervento dell'associazione AGeDO, un'associazione di genitori di figli omosessuali. A parte una certa acredine, pur comprensibile, nei confronti dell'establishment vaticana, l'amarezza del testo mi pare del tutto condivisibile. Il problema è che mons. Migliore non ha figli e tanto meno figli omosessuali, sennò probabilmente la penserebbe in maniera diversa. E' sempre così a questo mondo: come dice una mia carissima amica, che è anche mia moglie, bisognerebbe parlare solo dopo essersi messi nei panni degli altri.
Cos'è stato per un genitore dell'Agedo apprendere che in Iran, a dicembre 2007, venivano impiccati due ventenni accusati di omosessualità? Dagli scranni dell'ONU questo può suscitare impressioni ben diverse dalle emozioni di un padre o di una madre.

Ad ogni modo, non sono d'accordo con questa posizione vaticana, lo dico da battezzato. La ritengo gravemente lesiva dell'immagine della Chiesa stessa nel mondo e soprattutto fra le nuove generazioni, peraltro sempre più lontane. E credo che essa non rappresenti il pensiero di moltissimi cattolici che alla Chiesa nata dal cuore di Gesù continuano a volere bene.

Non sono d'accordo, mi dissocio. Lo dico in tutta semplicità, e senza malanimo. E però lo devo dire, con forza e in tutta franchezza.

martedì 30 settembre 2008

In ricordo di papa Luciani



Il 28 settembre 1978 moriva Albino Luciani, papa da trentatre giorni con il nome di Giovanni Paolo I. Vogliamo ricordarlo con le "parole gravi" che volle pronunciare nella sua ultima udienza pubblica, circa il diritto di proprietà privata.
Radicalità dell'evangelo, merce ormai rara, di cui tuttavia non viene meno la nostalgia.
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"La proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile ed assoluto.
Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio, oltre il bisogno, quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente.
Son parole gravi... Alla luce di queste parole, non solo le Nazioni, ma anche noi privati, specialmente noi di Chiesa, dobbiamo chiederci: abbiamo veramente compiuto il precetto di Gesù che ha detto: Ama il prossimo tuo come te stesso?".

lunedì 9 giugno 2008

Martini apre le finestre della Chiesa

Come spalancare una finestra in una stanza d'ospedale.
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Dal cardinale Martini un severo ammonimento ai preti:
"Troppe bramosie dentro di noi, ci piace più l'applauso del fischio"
"Vanità, invidia e calunnie, vizi capitali anche nella Chiesa"

MILANO - Una durissima lezione per gli uomini di Chiesa, peccatori come tutti gli altri uomini. E un severo ammonimento ai preti: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Occorre un vero rinnovamento della mente". Malato e sofferente per il Parkinson, pensava di non farcela, il cardinale Carlo Maria Martini, a predicare gli esercizi spirituali. E invece, appena tornato da Gerusalemme, è arrivato fino a Galloro, vicino ad Ariccia, alla casa dei gesuiti, dove si recano i sacerdoti a meditare.


E con loro, interrompendo le omelie di tanto in tanto per sottoporsi ai controlli clinici, è stato molto chiaro, commentando i brani della lettera di San Paolo al romani, dove si parla del peccato: "Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti".


Una vera e propria lezione sui "vizi capitali" della Chiesa d'oggi, senza nessun timore di dire cose sgradevoli. Anzi con la certezza di offrire "una pista di riflessione". Martini ha voluto parlare dei "peccati che interessano proprio noi come chierici": anzitutto i peccati "esterni", come le fornicazioni, gli omicidi e i furti, precisando "questi ci toccano meno di altri, ma comunque ci riguardano anch'essi". E poi è passato ad esaminare "le cupidigie, le malvagità, gli adulteri". Ha ammonito: "Quante bramosie segrete sono dentro di noi. Vogliamo vedere, sapere, intuire, penetrare. Questo contamina il cuore. E poi c'è l'inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c'è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità".


L'arcivescovo emerito di Milano ha parlato poi dell'invidia, "il vizio clericale per eccellenza: l'invidia ci fa dire "Perché un altro ha avuto quel che spettava a me?". Ci sono persone logorate dall'invidia che dicono "Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no?"". E ancora: "Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte a Roma... ".


Carlo Maria Martini, vescovo per 22 anni a Milano, sente il dovere di parlare esplicitamente ai giovani preti, auspicando un rinnovamento: "Devo farlo perché sarà l'ultimo ritiro, fa parte delle scelte che fa una persona anziana e in dirittura d'arrivo, ci sono cose che devo dire alla Chiesa". La sua lezione continua giorno dopo giorno durante la settimana di ritiro spirituale. "San Paolo parla del "vanto di fare gruppo", di coloro che credono di fare molti proseliti, di portare gente perché così si conta di più. Questo difetto grave è molto presente anche nella Chiesa di oggi. Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l'applauso del fischio, l'accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande! Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la Chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria".


Non fa nomi, Martini, se non quello del papa Benedetto XVI, citato tre o quattro volte, affettuosamente: "Dobbiamo ringraziare Dio di averlo, anche se poi abbiamo qualcosa da criticare". Ma Martini è come se volesse anche mettere in guardia Ratzinger quando, riprendendo le parole del papa, mette in guardia i preti dal "vanto terribile del carrierismo": "Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al Papa stesso".


Un quadro fosco, che il grande biblista, dettaglia, come può solo chi conosce dall'interno i meccanismi di potere della Chiesa: "Purtroppo ci sono preti che si pongono punto di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero".


Zita Dazzi - La Repubblica, 5 giugno 2008.



mercoledì 2 aprile 2008

EXPOliazione

Rilancio l'editoriale della Diocesi di Milano circa lo sgombero del campo nomadi della Bovisasca, avvenuto ieri.

Secondo il sindaco Moratti e il suo vice De Corato queste persone, per il motivo di essere indesiderate, dovrebbero semplicemente dissolversi nel nulla. Negli anni quaranta le incenerivano, oggi vorrebbero che svanissero per magia.

A tirare giù poverissime baracche di fil di ferro e cartone siam capaci tutti; in tempi di elezioni politiche poi è un giochetto da ragazzi: possibile - si chiede la curia ambrosiana - che non si sia potuto pensare a un progetto per queste persone, unendo le forze della politica a quelle del volontariato?

I rom rubano... Ed è vero o così dicono. Più ordinariamente e per ben altra mole di lavoro, lo fanno banche, assicurazioni e grandi finanziarie, in giacca e cravatta, senza che nessuno se ne accorga.

Ma tutti i "rom" rubano? Ce ne sarà qualcuno che non ruba? O forse anche quei due bambini di cinque anni che spingevano ieri mattina un carrello della spesa carico di povere cose da un capo all'altro della città, costretti al trasloco forzato insieme al resto della famiglia, sono da considerare dei criminali, sia pure in fieri?

Ieri la Moratti brindava fra la Bonino e D'Alema in abito di gala. Milano avrà l'Expo 2015! Verrà rimessa a nuovo. Architettura avveniristica, ampliamento delle infrastrutture, le solite belle balle, ecc. ecc... E le persone? L'Expo sarà l'occasione per rendere la città non soltanto più moderna ma anche più umana e quindi più sicura? In questo capogiro da miliardi di euro ci sarà un'attenzione alle fasce più deboli della popolazione? Possibile che la povera gente debba essere sempre trattata a questa maniera? Sognamo un convivenza più solidale, più capace di approssimarsi alle fatiche altrui. Questo non è buonismo, come sovente, precipitosi ed irridenti, sdoganate ogni sincero tentativo di gettare dei ponti di comprensione e mutuo soccorso: è spirito di umanità che guarisce le ferite, è civiltà.

Nell'anno in cui non si fa altro che parlare di famiglia, famiglia, i valori della famiglia, e bla bla bla la famiglia... ebbene: ieri un certo numero di famiglie, nella civlissima Milano, è stato messo sulla strada. Raggiunta un'altra zona dove potersi sistemare sono state nuovamente fate sloggiare. Quanti bambini hanno dormito questa notte sotto i ponti delle tangenziali?

Sindaco Moratti, sia chiaro: è una vergogna!
Ed è una benedizione per Milano che, fuori dai vostri frivoli festeggiamenti di queste ore, si levino voci umane e autorevoli che coraggiosamente una volta tanto non ve lo mandino a dire.

Ha parlato ufficialmente la curia, quindi implicitamente l'Arcivescovo: violazione dei diritti umani.
Aspettiamo che altre voci, anche fra i cristiani di questa città e della diocesi intera si levino: voci più coraggiose di preti dai pulpiti, che si facciano intendere, che riaccendano il fuoco del vangelo in comunità sovente fredde, stanche, annoiate, moriture. Voci di laici nei luoghi dove vivono e operano, che non abbiano paura di farsi dei nemici, di parlare contro il potente di turno.
Famiglie cristiane (tanto per restare in tema di famiglia) che si facciano solidali con le famiglie messe per la strada: questo sì che sarebbe un bel "family day"!

Dove ci sono i poveri lì c'è il Cristo povero e sofferente. L'ha detto Lui. Ripetiamocelo anche noi. Diciamolo ai nostri figli. Insegnamo loro a riconoscerlo lì dove Egli abita, a nutrire compassione per il più debole.
E avanti, chiesa di Milano, cui mi onoro di appartenere! A piedi nudi, con audacia e coraggio, senza paura di pagar dazio. Dietro al tuo Signore e Maestro, per i sentieri erti di una sconfinata via crucis, fra le stazioni dolorose ed innumeri di questo nostro tempo di mezzo.
***

Via Bovisasca: gli sgomberi non sono la soluzione.

La legalità è sacrosanta, ma l’impressione è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani. Allontanare questi disperati, senza pensare a un’alternativa, cosa produce? Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza, specie per i più deboli?

È giunta all’epilogo la situazione del campo rom abusivo di via Bovisasca. Da una decina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nei pressi dell’ex area Montedison. Ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche hanno inizialmente “compattato” il campo, impedendo nuovi arrivi, mandando così un chiaro segnale agli occupanti per indurli a non ritenere definitiva questa situazione. Interventi nell’immediato positivi, che sono serviti anche a costruire una fascia di sicurezza intorno al campo, per evitare provocazioni dall’esterno (che non sono mancate, specie ad opera di qualche esponente politico in cerca di visibilità).
Non si spiega invece la logica di quanto sta accadendo dall’alba di stamane, martedì 1 aprile: le forze dell’ordine si sono attivate per sgomberare tutti gli occupanti del campo. Nulla da eccepire sulla necessità dell’intervento: non era sostenibile il protrarsi di questa soluzione. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce?
Presto detto: alcuni nomadi (ma tra loro sono molti i rumeni non rom) hanno tentato di entrare nell’area dimessa in via Colico. Allontanati. Un gruppo più consistente, un centinaio di persone, ha lavorato tutta la mattina ricostruendo i propri miseri cubicoli di assi in via Poretta a Quarto Oggiaro. Tra loro molti giovanotti (rientrati precipitosamente dai cantieri dove lavorano per ricostruire la propria “casa”) ma purtroppo anche donne in avanzato stato di gravidanza, una ventina di bimbi sotto i dieci anni e diversi piccoli al di sotto di un anno. In tarda mattinata le ruspe hanno di nuovo demolito questa ulteriore sistemazione.
Ora queste persone (donne incinte e neonati compresi) stanno vagando per la città in cerca di un ulteriore spazio dove costruire un riparo e - probabilmente - attirare nuovamente le ruspe per l’ennesima demolizione. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati?
La legalità è sacrosanta: ma l’impressione è che qui si stia scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani che imporrebbero, insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati e le donne in gravidanza.
Ci sono delle persone non in regola con la legge: occorre che la legalità prevalga nei loro confronti. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano, con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza di loro lavora, tanti con un regolare contratto. Molti giovani uomini faticano nell’edilizia e in società attive dentro gli spazi della Fiera: 10 ore di lavoro al giorno, per sei giorni la settimana, per 800 euro al mese.
Una domanda allora si impone: a Milano questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che non stanno a Milano per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro Milano ha necessità. Cosa ne sarebbe infatti dell’imprenditoria ambrosiana e lombarda senza la manovalanza a bassissimo costo che rumeni (e non solo) offrono?
Non si vede traccia di un progetto a lungo respiro, di un piano condiviso: nessuno da solo può risolvere questa emergenza. Il volontariato da solo non riesce più a far fronte alla situazione. Don Colmegna e la Casa della Carità non possono farsi carico di altri ospiti, sono oltre le loro capacità ricettive. Non possono risolvere il problema da soli le forze dell’ordine (non è soltanto una questione di ordine pubblico), non è compito solo della politica e degli amministratori. Per uscire dall’emergenza e dalla logica dell’occupazione, dello sgombero, dell’ulteriore occupazione occorrono scelte condivise tra tutti gli attori prima citati e una progettazione a lungo termine.
Ricordava l’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nell’ultimo discorso alla vigilia della festa di S. Ambrogio: «Le attività della Caritas diocesana, della Casa della Carità, delle altre associazioni e gruppi di volontariato da sempre sono indirizzate a sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa e tante volte faticosa ha bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria».
È urgente la costituzione di un luogo istituzionale nel quale valutare come governare il problema. Così come è urgente tutelare i minori. Come il Tribunale dei minori può confermare, l’intervento a questo proposito delle Amministrazioni locali non è facoltativo ma obbligatorio.
C’è da augurarsi che il clamore e i festeggiamenti per la grande opportunità conquistata con l’Expo 2015 non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là, i drammi di questa città.