martedì 3 gennaio 2012

C'è una bellezza















C'è una Bellezza alla quale non possiamo sottrarci, pur con tutte le forze.
E' la bellezza che senza posa crea e ricrea il nostro spazio interiore
e che sempre ci genera alla possibilità di un inizio nuovo.

Da lei siamo accarezzati,
come la luce del vespro fa con le cime genuflesse dei pini.
Da lei assistiti
lungo lo snocciolio inconsapevole delle ore.

Del suo fulgore, pure nell'ombra,
serbiamo inestinguibili scintille.

Credevamo ancora di doverla scrutare nelle altezze,
mentre con stupore di lacrime ci raggiunge nella polvere.
Pensavamo forse di dover salire le nubi
ora che la riconosciamo celata in un abbraccio inatteso.

Ora che lei si china sul tempo
e cammina fra la gente
e del sorriso di ogni bambino si fa specchio.

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venerdì 23 dicembre 2011

Un Natale arcobaleno
















Al Centro si festeggia il Natale. Un gran movimento di portate, tavole addobbate come nei ricevimenti ufficiali, la lista degli invitati sulla porta. Il pomeriggio previsto è canoro, la scaletta generosa: tutti vogliono partecipare, dando prova di abilità talora insospettate.
Aj. apre la kermesse: "A Natale puoi...". Ma lui non può. Sì, non può proprio fare a meno di ridere. Nelle prove per la verità era andata un po' meglio. Ora invece, di fronte a un uditorio attento, col microfono in mano Aj. nasconde la propria emozione dietro grasse risate.
C'è la "felicità" della Ma. che praticamente non canta, ma che fra mosse e mossettine non vorrebbe mai lasciare la scena. E la bella sorpresa di A. che con orientamento melodico di tutto rispetto ci spiega com’è che per fare un tavolo ci voglia un fiore.
C'è Fe., piegato su una carrozzina. Da profondità che posso solo immaginare cava toni cupi per dipingere la storia del gatto che si mangiò il topo comperato da un padre premuroso a una qualche fiera d’oriente. Ricorda tutte le parole, Fe., anche quelle che non può pronunciare con scioltezza. Così tra mezze frasi accennate ed altre taciute, ci rincorriamo per un po' lungo le strofe candide, mentre nella sala corre un filo di sensibile emozione.
C'è Mi. che canta un inedito, cercando caparbiamente di districare l'eloquio irretito. E un po’ ci riesce, facendo risuonare più pacato questo jingle che usiamo come saluto alla fine di ogni seduta. "Qui, qui, qui ci vediamo martedì...". Mentre lo accompagno, non oso pensare ad un uso migliore per ogni martedì che Dio manda ai miei giorni. E probabilmente la stessa cosa si potrebbe dire della mia povera musica.
E ancora la “musikabilità” naïf di Cla., che con disinvoltura intuisce il retroterra armonico di una linea melodica. Ovvero – qualità piuttosto rara anche fra i musicisti di professione – accompagna un canto ascoltato senza bisogno di accordi o partiture, che peraltro forse non saprebbe leggere.
E la bella estensione vocale di Da. che con disinvoltura va in cerca di seconde voci su un canto di cori alpini, dimostrando così una sensibilità musicale non comune.
E l’altro Da., quello col diminutivo, nei confronti del quale Euterpe par essere stata piuttosto avara. Lui che difficilmente becca una nota e di fronte a un microfono si intimidisce, ma che per entusiasmo e piacere di fare musica non teme confronti.
E Pa., che stacca dal pianoforte note cristalline solo per dire che il mondo potrebbe essere felice come un girotondo se la gente fosse disposta finalmente a darsi una mano. È così emozionato che sull’incipit del canto un fremito più intenso del capo gli fa cascare una lente. Povero Pa.! Mi resta lì, attonito, con un buco nella montatura dell’occhiale, il microfono in mano e il copricapo da babbo natale in testa. Ma è un attimo. Ora canta con la rabbia di un ostacolista, noncurante del fatto che persino la tecnologia abbia deciso di remargli contro.
E gli strazianti (in tutti i sensi) vocalizzi da operetta di La. Inseguendone la girandola canora mi sento un po’ come il maestro Pregadio, buonanima. Non so se avete presente: quello delle vecchie edizioni de La Corrida, quando cercava invano di far rientrare nel recinto del bel canto qualche improbabile concorrente. Sorrido di fronte a questa donna dirompente, dal carattere solare e dalla personalità che difficilmente potrebbe passare inosservata.
Quelli che han cantato, quelli che hanno contribuito soltanto con l’ascolto, un grido, un applauso scomposto. Ci stanno tutti in questo Natale colore dell’arcobaleno. Che si chiude con la tenerezza di An. a ricordarci che comunque siano, i migliori anni della nostra vita sono quelli fatti di giorni vissuti intensamente, umanamente. Un po’ come il giorno che ancora risuona e che sta per passare.

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mercoledì 7 dicembre 2011

Rose in the Easter morning

















Ieri sera alle prove del coro parrocchiale sono inciampato in una rosa. Insegnavo un canto gospel per il Natale, una cosuccia nota e festosa, da eseguire al termine della messa di mezzanotte. Il canto presenta alcune tavole, una per ogni strofa, raffiguranti la vicenda umana di Gesù. Volendo tradurre seppure a spanne il testo mi sono imbattuto nel passato semplice del verbo to rise, laddove la voce solista narra di Gesù che risorge. “Rose in the Easter morning” – risorse il mattino di Pasqua. Un errore da matita rossa per il mio inglese da ginnasio, un po’ arrugginito.
Ma non tutto vien per nuocere e il capitombolo mi ha regalato una bella immagine sui cui meditare. Dalla morte germoglia bellezza. La vita distrutta riprende nuovi profumi e colori. E un nuovo inizio è sempre possibile, per quanto il paesaggio sia desolato.
Proprio così: il Cristo è la rosa nel mattino di Pasqua. La primavera che ancora una volta viene a visitarci.

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mercoledì 5 ottobre 2011

Sempre a proposito di sole




















Oggi durante una mega operazione di riordino di qualche chilo arretrato di carte - corrispondenza, ricevute, estratti conto, appunti, ecc. - finite in fondo a un cassettone, mi sono imbattuto in un disegno di Luca, fatto forse all'asilo su un foglietto poco più grande di un francobollo. Uno splendido sole sorride all'azzurro del cielo e al cobalto del mare.

Dicono che da domani la lunga estate finirà e l'ottobre estivo tornerà ad indossare vesti a sé più consone. Forse pioverà e presto arriveranno il freddo e il cielo grigio. Ma questo piccolo sole nel portafogli scalderà il cuore.

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giovedì 29 settembre 2011

Domani il sole farà la sua parte




















Stasera la curiosità è durata due minuti. La7 mandava in onda un "interrogatorio" - così l'ha definito Mentana - al "faccendiere" di turno, tale Valter Lavitola. Che cosa fa di bello un faccendiere? Mette le mani dappertutto per richiuderle in fretta, ma non prima che siano colme di roba. E quando lo pescano ad attardarsi troppo con le dita nel vaso delle caramelle, pensa bene di scapparsene a Panama con la determinata intenzione di restarci. "Oh che bel mestiere, fare il faccendiere!".

In studio, giornalisti bene intenzionati puntavano diritto, ma il nostro eroe li menava per il naso o così credeva lui. Dopo poco m'è venuta la nausea e ho iniziato a pensare che forse, per una volta, il Chicco nazionale e gli altri con lui avrebbero fatto meglio a guardare altrove. Possibile che in Italia ai farabutti si stendano tappeti rossi in televisione, con ore di spazio che nessuna persona normale potrà mai ottenere pur avendo qualche cosa di molto più interessante da offrire?

Così lancio un appello, naturalmente senza aspettarmi che venga raccolto.
Intervistate il silenzio radioso della claustrale: saprà dirvi dove abita la speranza.
E il canto muto delle fontane nei chiostri: vi indicheranno il sentiero della perfetta letizia.
Microfonate il respiro di un figlio sprofondato nel primo sonno: vi suggerirà il luogo dove il mondo intero può riprendere fiato.
Investigate la tenacia della maestra nell'aprire la strada ai suoi alunni, al tempo dei tagli alla scuola: scoprirete che tutto forse si può tagliare ma non l'orizzonte che i bambini scrutano.
Chiedete alla gioia negli occhi del disabile inchiodato alla sua carrozzina: vi canterà una canzone che mai avevate udito.
Mandate in diretta le ginocchia piegate sul dolore dell'altro: intuirete il delirio della collettiva corsa all'accaparramento.
Accendete le telecamera sulla tenerezza degli sposi che si tengono per mano. Sul bacio degli innamorati regalato per strada: scoprirete di camminare su un tappeto di fiori.
Raccontateci dei sorrisi che sfamano più del pane. Delle carezze che si posano sulle ferite del mondo, inattese e benedette: saprete all'improvviso di essere circondati da farfalle multicolori e soccorritrici.
Domandate sottovoce a chi porta la fatica dei piccoli, a chi ogni giorno si accompagna coi minimi tenendone il passo: vi regalerà pesi soavi e carichi leggeri, capaci di mettere le ali ai piedi.

Stasera la curiosità dura due minuti.
Poi mi ricordo che via da quella scatola cianciante, persino nel cuore della notte, oltre la mia finestra è già tutto un fermento di bellezza, sconosciuto ai più ma pronta a fiorire. Qualcuno lo chiama "regno di Dio", che è sempre all'opera. E penso che in fondo poco importa se nessuno vi punterà mai sopra i fari della visibilità televisiva: domani il sole farà certo ancora la sua parte.

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domenica 28 agosto 2011

Tagli su tutto, tranne che per la spesa militare







Manovra e armi: il "male oscuro"
di p. Alex Zanotelli

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…” (art.11). Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano le banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi, la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

Napoli, 24 agosto 2011

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domenica 14 agosto 2011

O tempo o passa...















O tempo o passa e a morte a ven:
beati quelli che ha faeto do ben.

Proverbio genovese

(Il tempo passa, la morte viene
beati quelli che han fatto del bene).

Copertina:
Giacomo Leopardi morente,
Napoli, 14 giugno 1837).

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domenica 24 luglio 2011

Solo per oggi...








S
olo per oggi cercherò di vivere alla giornata
senza voler risolvere i problemi della mia vita
tutti in una volta.

Solo per oggi farò almeno una cosa che non desidero fare,
e se mi sentirò offeso nei miei sentimenti,
farò in modo che nessuno se ne accorga.

Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto:
vestirò con sobrietà, non alzerò la voce,
sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno,
non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno
tranne me stesso.

Solo per oggi sarò felice nella certezza
che sono stato creato per essere felice
non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.

Solo per oggi mi adatterò alle circostanze,
senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.

Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo
a sedere in silenzio ascoltando Dio,
ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo,
così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima.

Solo per oggi, compirò una buona azione
e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi mi farò un programma:
forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò.
E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.

Solo per oggi saprò dal profondo del cuore,
nonostante le apparenze,
che l’esistenza si prende cura di me
come nessun altro al mondo.

Solo per oggi non avrò timori.
In modo particolare non avrò paura
di godere di ciò che è bello
e di credere nell’Amore.

Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe
se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.

(Preghiera di Papa Giovanni XXIII)

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sabato 23 luglio 2011

Dialogo sulla rosa infranta













(singhiozzando)
– Io voglio il nonno!

(deglutendo)
Il nonno è andato in cielo…

(implorando)
– Come maaai?

(improvvidamente, annaspando)
– Perché il Signore ha voluto così.

(incollerendo) – Se lo trovo, lo ammazzo questo signore!


PS – Non adsumes nomen Domini Dei tui in vanum… (Ex 20,7).

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venerdì 8 luglio 2011

Dialogo sulla passiflora












"Papi, ma i piccoli della famiglia Passiflora non vanno mai a scuola?".
"No, Luca, non ci vanno".

"E io?".
"Tu sì, a settembre".

"E perché loro non ci vanno?".
"Perché sono dei conigli".

"Oh che bello, papi, se anch'io ero un coniglio!".

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domenica 3 luglio 2011

Perché la Torino-Lione non ci serve














Alcune delle ragioni del no vengono esposte in questo intervento del prof. Angelo Tartaglia, del politecnico di Torino.

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Perchè la Torino-Lione non ci serve

Angelo Tartaglia

Il vastissimo e trasversale fronte Sì-Tav è tornato ad esporre con grande «forza» i propri argomenti: manganelli, ruspe, gipponi.
Il tutto condito dalle solite litanie di slogan e luoghi comuni gridati incessantemente da mille altoparlanti.
In tutta la vicenda del Tav sulla Torino-Lione la costante più macroscopica, anno dopo anno, è sempre stata la totale assenza di argomenti di merito a favore e la più stretta censura sugli argomenti di merito a sfavore.


Eppure la realtà sta lì grande come una montagna, irriducibile e non manganellabile: la nuova linea ferroviaria Torino- Lione non è «discutibile», è platealmente insensata.


Non ci sono margini di alcun genere e forse è proprio per questo che i proponenti si rifugiano nella pura ideologia che identifica progresso con grandi e tendenzialmente grandissime opere, scomodando Cavour («cosa avrebbe fatto...?»), inanellando i «l'Europa lo vuole», «è strategica», «il Piemonte è isolato», «l'opera è indiscutibile » (che splendida argomentazione!), «è fondamentale per la crescita»....
Mai un numero (certificato),mai una argomentazione di plausibilità sugli scenari futuri.


Eppure i fatti stanno lì, chiari e inattaccabili (per la verità anche inattaccati, visto che si rivela più efficace la tecnica dell'ignorarli).
Il costo dell'opera, che oltre al tunnel di base non può non includere il collegamento con lo scalo di Orbassano, il sottoattraversamento in galleria profonda dell'area torinese e il raccordo con l'esistente linea AV Torino-Milano a Settimo, è dell'ordine dei 17 miliardi di euro.


Questa cifra può fluttuare a seconda degli approcci e delle stime, ma emerge dai documenti ufficiali ed è estremamente prudenziale o meglio sottostimata se guardiamo i costi a consuntivo di altre grandi opere italiane (tutte le grandi opere italiane).
Questa somma andrebbe tutta a debito pubblico in quanto le risorse, nelle casse dello stato, non ci sono.

Per ottenere l'equilibrio economico dell'opera la nuova linea dovrebbe ospitare flussi di passeggeri e soprattutto di merci svariate decine di volte superiori a quelli attuali.


Per altro il flusso di merci in transito sulla ferrovia della valle di Susa, e anzi attraverso l'intera frontiera italo-francese, è in calo continuo dal 1997 ed è meno di un quinto della capacità attuale della linea.


Quanto ai passeggeri, il numero di treni tra Torino e Lione-Parigi è stato anch'esso progressivamente ridotto arrivando oggi a due collegamenti al giorno, spesso eserciti, tra Torino e Chambéry, mediante autobus (ne bastano due per accogliere tutti i passeggeri).
Aggiungo che peraltro in questi stessi anni il flusso di merci in ferrovia da e per l'Italia attraverso le frontiere svizzera e austriaca ha continuato a crescere a un ritmo piuttosto sostenuto.


La ragione di queste due diverse tendenze (calo tra Italia e Francia, aumento tra Italia e Svizzera o Austria) non è per nulla misteriosa e non è occasionale. Mercati di massa e aree di produzione di beni di consumo migrano entrambi verso est e in particolare verso l'estremo oriente.
Di conseguenza il trasporto più conveniente viene ad essere quello via mare che si attesta nei porti.


Dai porti la distribuzione ai mercati europei segue prevalentemente e logicamente direttrici Nord-Sud piuttosto che Est-Ovest: chi farebbe sbarcare a Genova merci destinate alla Francia o aMarsiglia merci destinate all'Italia? Questi sono fatti non contestabili.


Non potendosi appoggiare sul presente i proponenti della nuova linea si rifugiano allora nel futuro affermando che nei prossimi decenni ci sarà un cambio epocale negli assetti di mercato per cui i flussi Est-Ovest attraverso le Alpi cresceranno di più di un ordine di grandezza (decine di volte).
Il perché mai una simile rivoluzione dovrebbe avvenire non viene però indicato; la «previsione» è puramente ideologica e opportunistica, non si basa su nessun dato o ragionamento credibile.


Non c'è bisogno di una laurea in ingegneria per capire che se un sistema estremamente complesso e pesante come una economia continentale manifesta per decenni determinate tendenze, esso poi non può bruscamente cambiare rotta a meno di qualche catastrofe puntuale, che non si capisce quale dovrebbe essere.
I flussi attraverso la frontiera francese avvengono tra aree ad economia matura e tra mercati saturi.


Lo scambio può essere considerevole ma non può che essere anche relativamente stabile con fluttuazioni contingenti.
In Italia ci sono all'incirca sette autovetture ogni dieci abitanti e poco meno in Francia; da entrambi i lati della frontiera ci sono milioni di telefonini, milioni di televisori, milioni di frigoriferi e di lavastoviglie; i consumi alimentari (sprechi inclusi) sono simili.
I mercati sono di sostituzione e mantenimento; perché dovrebbero espandersi in maniera esplosiva?

Qualunque studente di economia (oltre che qualunque persona di buon senso) sa che il volume degli scambi tra due aree contigue non segue un andamento esponenziale (con incremento percentuale costante), come vogliono i proponenti del Tav, ma una logistica, cioè una curva fatta come una S stirata: i flussi sono alti fintantoché le differenze tra i due lati sono grandi; i flussi si riducono e si stabilizzano man mano che le differenze tra i due capi del collegamento si riducono.
È rilevante il fatto che i sostenitori del Tav non provano nemmeno a smontare, dati alla mano, considerazioni come quelle che ho appena schematizzato.


Preferiscono usare la forza pubblica e la retorica.
Non si tratta naturalmente di una specie di aberrazione mentale; c'è qualcosa di più sostanziale in gioco.


Data una grande opera (qualunque essa sia): 1) il sistema finanziario (che anticipa il denaro) ha un guadagno certo e ingente in quanto garantito dallo stato; 2) chiunque controlla il sistema degli appalti ha un potere e un ritorno rilevantissimo, non foss'altro che perché attraverso il meccanismo dei subappalti e sub-subappalti, ha la possibilità di lucrare plusvalori estremamente ingenti senza correre rischi di sorta, che semmai vengono scaricati sui più piccoli al fondo della catena.


Insomma è vero che c'è un problema di ordine pubblico: la società italiana è occupata da una specie di fungo parassita che copre tutta la superficie succhiando la linfa vitale e impedendo al sistema di respirare.
Abbiamo un gran bisogno di liberarcene.


da: Il manifesto
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domenica 26 giugno 2011

Kairos Palestina












Mercoledì scorso ho avuto la fortuna di essere presente ad una conferenza di don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi, che ha illustrato il documento “Kairos Palestina”, un documento redatto da un gruppo di teologi e vescovi di diverse confessioni cristiane, tra cui il patriarca emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah. Un messaggio scritto “dal cuore della sofferenza dei cristiani palestinesi” per chiedere la fine dell'occupazione israeliana e la riconciliazione tra i due popoli.

Quella palestinese è la vicenda dolorosissima di un popolo che nell’arco di quasi settant’anni si è visto privare della maggior parte del proprio territorio e della libertà di muoversi sopra di esso. È storia di demolizioni forzate di case, di esproprio di campi, di impossibilità a coltivare sulla propria terra, a pescare nel proprio mare. Un popolo massacrato dalla impressionante forza militare israeliana (si pensi all’operazione “Piombo fuso” del dicembre 2009 che fece migliaia di morti in pochi giorni di cui quasi cinquecento bambini), contro la quale si risponde lanciando pietre, qualche missile rudimentale, o con la forza della disperazione di chi decide di farsi esplodere in territorio israeliano.

Ascoltando la narrazione dell’altra sera, mi chiedevo come sia possibile che gli Ebrei, così provati dalle vicende più buie del secolo scorso, siano capace ora di atrocità simili nei confronti di un altro popolo. E risuonavano alla mente le parole lette in un libro sull’ebrea olandese Etty Hillesum, internata prima nel campo di concentramento di Westerbork e da lì salita su un treno per Auschwitz e mai più tornata. Scrive così Etty:

“So che coloro che odiano hanno buone ragioni per agire così. Ma perché dobbiamo sempre scegliere la via più facile e a buon mercato? La dura esperienza mi ha mostrato che ogni singolo atomo di odio aggiunto al mondo lo rende un posto ancor più inospitale. E credo anche, forse infantilmente ma caparbiamente, che la terra diverrà nuovamente un luogo migliore soltanto grazie all’amore che l’ebreo Paolo descrive ai cittadini di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera”.

E ancora:
“E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e comprensione – allora non siamo una generazione vitale.
Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri colpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione – allora non basterà”.

(Da: Patrick Woodhouse – Credo in Dio e nell’uomo, Etty Hillesum – pp. 117; 115).

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giovedì 19 maggio 2011

La felicità si chiama Eugenio













Le dieci del mattino sono passate da una decina di minuti al Centro presso il quale lavoro da qualche tempo come musicoterapista. Dopo l’abituale attività di gruppo con cui inizia la giornata, decido di trattenere nella stanza di musica, per una seduta individuale, un giovane dal viso solare, affetto da sindrome di Down.
“Eugenio, vuoi stare ancora un po’ qui a suonare con me?”.
Faremo un po’ di quello che si chiama “dialogo sonoro”: provare a comunicare utilizzando il suono e il ritmo al posto delle parole, talora difficoltose, sovente inaccessibili. Allestisco lì per lì una sorta di batteria di percussioni costituita da due bidoncini con coperchio di plastica. Faranno da grancassa, una per me e una per lui. Ai lati, per completare il setting, su altrettante seggiole, piazzo due tamburelli. In tutto, quindi, avremo a disposizione sei strumenti, considerando che anche le sedie suonano. La batteria è pronta e “i batteristi” sono già operativi. Con i due battenti che ha tra le mani, Eugenio inizia ad assaggiare le percussioni. Il suono è cupo, profondo. Lui è serio, un po’ emozionato, anche se non è la prima volta che suoniamo da soli.

Qualche tempo fa, una mattina che, durante il lavoro di gruppo, lo avevo visto insolitamente mogio, ci incontrammo sulla tastiera del pianoforte. Io mi occupavo del precipizio dei suoni gravi, Eugenio, alla mia destra, dello scintillio degli alti. La delicatezza con la quale sfiorava i tasti bianchi e neri dello strumento mi colpì. Forse un po’ intimidito, si era lasciato presto andare al fluido dell’ improvvisazione, perlustrando lo spazio melodico e armonico con intenso e visibile piacere, e proponendo un piccolo tema che conservo nella memoria del registratore.

Ma eccoci qui oggi, seduti a poche decine di centimetri, l’uno di fronte all’altro. Senza necessità di parole, le distanze si accorciano ulteriormente e quello che è essenziale può fluire fra di noi in tutta libertà.

I suoi primi attacchi - dicevo - sono cauti, come di uno che a piedi nudi provi a camminare su un terreno sconosciuto. Via via, il passo si fa più franco, e la ponderazione iniziale lascia il posto a proposte più audaci per colore e decise per intensità. I disegni ritmici, così astratti e cangianti, come nuvoloni bianchi portati dal vento veleggiano qua e là, combinandosi fra loro e consolidandosi talvolta in figure più immediatamente leggibili. Fino a che una folata improvvisa sul tamburo rompe di nuovo le fila e tutto gioiosamente si rimescola. Dal kaos alla forma e dalla forma di nuovo al kaos. È la dinamica dell’atto creativo a richiedere questo tragitto ellittico che sempre torna per compiersi di nuovo. Come il giorno e la notte, la veglia e il sogno. Forma e kaos: l’incanto dell’una non potrebbe esistere senza l’insondabile mistero dell’altro.

Sto in ascolto delle profondità di Eugenio, le accolgo per quel poco o tanto che esse riescono a schiudersi ai miei orecchi e ai miei occhi. Le inseguo in questo girovagare fragoroso solo apparentemente privo di meta. Mi ci immergo immobile, come da ragazzo quando me ne stavo seduto su di un masso nella frescura del torrente che allietò le estati dei vent’anni. Le acque di Eugenio mi raggiungono, mi circondano, mi abbracciano, mi oltrepassano. Imitandone il tratteggio imprevedibile, gli offro una conferma del mio appoggio assoluto, gli faccio sapere che sono al suo fianco, che non lo giudico, che lo sostengo senza condizione alcuna.

La soddisfazione cresce. Eugenio inizia a vocalizzare. Brevi gorgheggi, tra il canto e lo scoppio di riso, con quel timbro gutturale tutt’altro che sgradevole. E intanto sorride largo, con le labbra, con le guance, con gli occhi. La voce accompagna il gesto delle mani, ne ribadisce il tocco robusto, anticipa nuove sagome acustiche. Ma anche il movimento del tronco, la danza giocosa delle spalle.

Pian piano conduco la seduta al suo compimento. Eugenio mi segue. Avendolo fatto io, anch’egli depone i suoi battenti sulla grancassa.
Non parlo. Sorride. Penso che sia giunto il momento di congedarci.
Ma senza aspettare cenni di assenso, prende fra le mani il tamburo che sta alla sua destra e inizia ad accarezzarne la pelle con la medesima devozione con cui sfiorò quella prima volta i tasti del pianoforte. Si mette comodo, appoggiandosi allo schienale e incrociando le gambe sulla sua seggiola. Un vero buddha, seduto proprio di fronte a me. È il segnale che la seduta deve continuare.

Così prendo anch’io il tamburo fra le mani e inizio a seguirlo. Al posto di due battenti, adesso abbiamo a disposizione venti dita, che accarezzano, battono, sfregano.
Grattano. Eugenio sta grattando con le unghie la superficie sonora del suo strumento, con movimenti rapidissimi del polso, prima con una mano sola, poi con entrambe. E ride, come se stesse facendo il solletico a qualcuno e ne fosse gustosamente ricambiato. Il godimento è altissimo, cresciuto con l’andare dei minuti e innescato in maniera irrevocabile dal contatto diretto delle mani con il tamburo. Che adesso è un gattino da coccolare. E ora è un magnifico cappello, mentre Eugenio lo solleva sopra la testa, tenendolo con le due mani ai lati del viso: un re con la corona, un’anima santa con la sua aureola. Che in un attimo però diventa ombrello, quando tutt’e due iniziamo a tamburellarci sopra, simulando la pioggia con le quattro dita libere, mentre i pollici offrono stabilità ai nostri fantastici copricapo.
Ridiamo, mentre l’acquazzone va scemando. Una sbirciatina all’orologio mi avvisa che sono passati quaranta minuti dall’inizio della seduta. Quaranta minuti di purissima felicità.

Guardo questo ragazzo sorridente, con una sindrome di Down nella carne e lo spirito leggero e raro di un monaco zen. Eugenio, felicissimo Eugenio.
Mi viene da piangere. Mi viene da ridere. Sulle mie ginocchia, appoggio le mani, aperte all’insù. Lui ci mette le sue.
“Sono molto contento di aver suonato con te”. Sono le prime parole che ci diciamo da quasi un’ora. “Dico davvero. Sono molto contento”.
“… Sì… Giorgio…”. Ride forte, una volta ancora. Il suo modo per dirmi grazie. Lo abbraccio, per dirgli il mio.

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martedì 10 maggio 2011

A Carlino, ultimo di tredici



















Fratelli. Ultimo di tredici tra fratelli e sorelle, nove femmine e quattro maschi.
Carlo Crespi, fu Cesare, classe 1901. Detto Carlino per via di quella lunga fila di nomi che lo precedeva. Di nomi, e scarpe e maglie di lana che non bastavano mai per tutti. E chi si alzava dal letto per ultimo restava mezzo vestito e facilmente scalzo. Tredici fratelli che a ricordali uno dietro l’altro ci si perde.

Aristide, detto Rìstech, che guidava il calesse dei latifondisti del paese. Mussolini non gli restituì mai un figlio di vent’anni andato a morire in Russia. E lui già vecchio, dalla sedia accanto all’uscio, si ostinava a scrutare il rettilineo che giunge alla fermata del tranvai, pronto a correre incontro a quel figlio prodigo che invece non tornò.

Marién, che sposò gente su, gente di Cantù, e andava a stare bene, perché avevano una trattoria.
Adele, chiamata Delòta. A spaventarla sulla porta di casa si ritrovava ogni volta quel figlio sempre affamato: briglia ben stretta in una mano, l’altra alzata a mezz’aria col dito indice a minacciare la madre di portarle il cavallo dentro casa se dalla credenza non avesse tratto un pezzo di pane bianco.
E poi il volto magro della Angela, la sorella maggiore, la prima nata fra tutti. Di tempra ferrigna, si era ritrovata quel nomignolo da supereroe dei fumetti, che alla lunga aveva soppiantato il nome di battesimo: per tutti era la Ragnòta. Nomen omen, forte e longeva. Una donnina minuta che invecchiò soavemente fra il banco ovattato di una merceria e un salon de coiffeur a conduzione familiare ricavato tra le mura domestiche. Dove negli ultimi tempi faticava a riconoscersi quando incrociava la propria immagine moltiplicata dall’inevitabile gioco di specchi del negozio. Visse così a lungo da veder morire tutti i fratelli e le sorelle più giovani di lei: Tugnìna, Giűsepina, Lűisina, Celsi, Batista… suoni di una scala dodecafonica di cui qualche nota, per quanto mi riguarda, è caduta nell’oblio. Comunque dodici come i dodici apostoli. Più uno, un suono aggiunto. Il più piccolo solo perché ultimo giunto. Carlino, appunto. Mio nonno.

Lavorò da carbonaio, mezzadro, operaio, custode, fabbro. Cadregàt nella chiesa parrocchiale. Negli anni settanta fu giardiniere presso notabili. Alla scaramantica signora, ormai anziana, riferiva di aver veduto la civetta volteggiare attorno alla grande villa. E per essere più persuasivo, sul far della sera, dal giardino ne imitava il verso malaugurante: murì-murì.
“Se vuole chiamo mio figlio che viene col fucile”.
“O sì, per amor di Dio, gli dica di far presto”.
E così, per via dell’inesistente rapace e della doppietta di mio padre, piccioni e fagiani finivano nell’allegro carniere di famiglia. La signora rincuorata ringraziava generosamente. E la civetta taceva, almeno per un po’.

Passò attraverso due guerre mondiali, Carlino. La prima la schivò perché troppo giovane. La seconda perché unico sostegno economico della famiglia. Si sposò infatti e fece figli e figlie, tre anziché tredici. Nascose la fede nuziale al Duce che la reclamava. Portò a Natale il cappone al parroco e il tronco del gelso al podestà. Seppe la fame e la paura dei bombardamenti.

Negli anni del boom economico si sentiva un signore, un sciurèt. La domenica – non c’erano santi – vestiva della festa. Giacca e cravatta, la funzione al mattino e il pomeriggio al circoletto. D’estate mi ci portava, qualche volta. Uno stanzone dal pavimento rosso mattone dove fumavano tutti. Carlino ci stava dentro per ore, le carte da gioco in mano e l’immancabile sigaretta pendula fra le labbra, semichiuso l’occhio stuzzicato dal fumo. E il bicchiere di Vezzani pieno sino all’orlo, portato alla bocca con devozione tra una partita e l’altra, lentamente, come se dicesse messa.

Studiò quanto basta a scrivere e leggere il proprio nome, ma la volta che mi persi si disperò. Al mio ritorno non imprecò, non disse nulla. Solo abbracciò forte i miei diciott’anni magri, a lungo, mentre piangeva, mentre piangevo.

Son trent’anni e pare un giorno, un turno di veglia nella notte. Il desiderio di reincontrarlo non mi ha mai abbandonato. Partì in un pomeriggio assolato, il dieci di maggio dell’Ottantuno.

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