mercoledì 26 maggio 2010
W l'Italia (se desta)
giovedì 20 maggio 2010
In nome di Stella, Bianca, Brunilda...

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi" . Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci".
* Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all’Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.
mercoledì 19 maggio 2010
Quando partire è un po' morire
Rilancio un'intervista al giovane scrittore Gabriele Del Grande. Tocca ancora una volta i temi della immigrazione e delle sue vittime. Ascoltando persone così viene da credere che ancora ci sia una qualche speranza di redenzione per questo mondo.
venerdì 14 maggio 2010
domenica 9 maggio 2010
Per Peppino, fiore di campo
Fiore di campo
Fiore di campo che nasce
beato l'occhio di chi lo nutre
Fiore di campo che cresce
e la piccola ape riempie lo stomaco
Fiore di campo che muore
piange la terra piange il cuore.
Fiore che nasce
fiore che cresce
fiore che muore
piange la terra piange il cuore.
Come fiore di campo sei nato
e la terra ti ha fatto da madre
Come fiore di campo sei cresciuto
e la lotta ti ha fatto da padre
Come fiore di campo sei morto
una sera di maggio con le stelle tristi.
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venerdì 7 maggio 2010
Firmiamo per i referendum sull'acqua
mercoledì 5 maggio 2010
People of Europe, rise up!

Mi ha molto colpito l’immagine di ieri di quel grande striscione bianco con una scritta rossa, issato sull’Acropoli di Atene, capitale di quella Grecia portata sul baratro del tracollo economico. Si tratta di un invito: “Peoples of Europe, rise up!”. Ossia: “Popoli d’Europa, sollevatevi!”. È il grido più che legittimo per una rinnovata presa di coscienza dei diritti dei più deboli. Che, per la maggior parte, anche da noi, non hanno ancora capito quale sia la causa di questa crisi che si ritrovano a dover pagare. Chi sono davvero i responsabili di questo stato di cose? Chi ha fatto carte false mettendo sul lastrico milioni di famiglie pur di arricchirsi in una maniera che nemmeno riusciamo ad immaginare? Questo occorrerebbe spiegare alla gente da tutti i pulpiti a disposizione: “Rialzate la testa!”, “Mettetevi dritti!” e persino: “Risorgete!”.
Sì, perché – ed è questo il motivo della mia forte impressione – “to rise” è il verbo che la traduzione anglofona del Nuovo Testamento sceglie per indicare la resurrezione di Gesù. “He is not here, for he has risen…”, “Non è qui, è risorto…” (Mt 28,6): sono le parole che San Matteo mette in bocca all’angelo che il mattino di Pasqua accoglie le donne al sepolcro. E non sembri irriguardoso accostare l’immagine del Risorto alla speranza di riscatto della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Chiunque non si sia fermato al catechismo della prima comunione, e conosce non per sentito dire la vicenda umana di Gesù di Nazareth, non farà fatica a cogliervi l’opzione assoluta per i più poveri, la sua passione radicale per i piccoli, fino alla identificazione con gli ultimi fra gli ultimi, divenendo nella morte di croce icona stessa di tutti i calpestati dai poteri di tutti i tempi e di tutte le latitudini. E dunque, di che scandalizzarci?
Scandalosa appare invece una concezione semplicemente “culturale” della proposta cristiana, quella che si arrocca sui temi delle “radici”, facendosi paladina della cosiddetta "identità" e dei crocifissi di gesso appesi ai muri delle aule scolastiche di uno Stato laico; e che, d’altro canto, non si vergogna di respingere, sgomberare, umiliare la povera gente. Scandalosa, questa sì, risulta la strumentalizzazione sfacciata che si fa dei segni del cristianesimo a scopo di consenso elettorale. E inaccettabile è piuttosto certo spiritualismo intraecclesiale, quello che gradirebbe ancora fedeli proni e devoti come negli anni cinquanta del secolo scorso, perennemente alle prese con la propria toeletta spirituale, e che sdogana l’evangelo, spacciandolo per una sorta di moralistico vademecum ad uso personale finalizzato alla salvezza eterna della propria anima, negandogli qualsiasi valenza di umanizzazione e riscatto sociale nel qui ed ora.
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martedì 4 maggio 2010
A quale prezzo?
Pare proprio che tutto giri attorno al grano. Dico del grano che custodiamo nelle banche o sotto il materasso (e forse la seconda ipotesi, date le circostanze, potrebbe risultare più sicura e meno anacronistica di quanto possa sembrare). Tutti guardano bene di allargare borse e bisacce, arraffando a man bassa il più che possono senza arrossirne. Tutto si compra perché tutto si vende. La vita è un enorme ipermercato, aperto il sabato la domenica e festivi. E avanti così, con questa alienante girandola di belle balle calcistiche e pseudo-politiche che tutto sommergono, allegri e ottimisti come ci vuole l’orchestrina sul Titanic che affonda.
Il colmo è che persino una catastrofe come quella che accade in queste ore al largo delle coste meridionali degli Stati Uniti, dove – sono stime piuttosto prudenti – si sta riversando in mare una cosuccia come 750mila litri di greggio al giorno… persino questo genere di sciagure bibliche – venivamo a sapere – “verranno ripagate”: la società petrolifera BP si accollerà i presunti costi del disastro. Abbiamo le lacrime agli occhi al cospetto di tanta generosità. E comunque staremo a vedere.
Intanto vorremmo chiedere, se lo potessimo: cari signori, quanto vi pare che possa costare il Pianeta? Siete davvero sicuri che basti il vostro capitale a ristabilirne la salute compromessa? Poiché il messaggio che passa anche stavolta sui tele-giornaletti di questa italietta berlusconiana, quello che forse (dico forse) cogliamo mentre ingurgitiamo cibo distratti da mille altre false notizie e notiziuole, è che potrà succedere l’irreparabile, ma persino a quello l’onnipotenza del denaro può porre rimedio.
Così, per ridare una lustratina al Golfo del Messico occorreranno tra i 100 e i 150 miliardi di dollari: questa la stima da parte dei cosiddetti “esperti” (per ogni sciagura ce ne sono: in genere trattasi di poveri idioti, emotivamente ignoranti allo stato primitivo, che non sanno proprio nulla sull’argomento, ma che sono sempre pronti a dar fiato a qualsiasi genere di stupidità, naturalmente se ben retribuiti per farlo).
150 miliardi di dollari? Chiedetelo ai delfini che inalano le sostanze irritanti presenti nella pellicola oleosa che ricopre il loro mare, avvelenandosi irrimediabilmente: vi diranno che no, non c’è prezzo.
Chiedetelo alle tartarughe marine, che conservano anche per voi le tracce profonde della saggezza del Pianeta; risalgono dagli abissi per vedere la luce del sole e vengono avvolte mortalmente dall’abbraccio della vostra merda galleggiante: vi diranno che no, non c’è prezzo.
Domandatelo agli alligatori del grande Fiume, agli uccelli delle paludi, ai pesci, ai crostacei, persino alle alghe… tutti esseri viventi ben più sapienti di quanto lo possa essere il più saggio del genere degli omuncoli: ognuno risponderà che non c’è prezzo per il risarcimento.
Anzi sì, uno ce ne sarebbe: che la specie subumana – quella che oggi governa le sorti di quest’angolo di Universo, quella geneticamente prona all’ideologia della mercificazione del tutto e ad ogni costo – scompaia finalmente per autodistruzione dalla faccia della Terra. Il prima possibile.
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domenica 2 maggio 2010
Nostalgia del parlar chiaro

don Lorenzo Milani