giovedì 19 febbraio 2009

David Mills... chi mai è costui?



L'avvocato David Mills, accusato di falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari a favore di Silvio Berlusconi, "collaborazione ottenuta" grazie a una ricompensa di 600.000 dollari da parte del gruppo Fininvest, è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere. Il presidente del consiglio non è stato giudicato in virtù del "lodo Alfano", che opportunamente si era fatto preparare qualche mese fa in vista di questa sentenza.
La notizia non la sa quasi nessuno, naturalmente, dato che naturalmente è stata buttata in 21ma pagina dal Corriere della Sera e altri quotidiani nazionali.
In un Paese normale il premier si sarebbe dimesso o sarebbe stato cacciato, con o senza lodo. Da noi invece vede aumentare il suo indice di gradimento. Siamo marziani?

Informatevi succintamente ma in maniera esaustiva sulla questione qui.

mercoledì 18 febbraio 2009

Si fa presto a dire vita / 1

Sul caso Englaro non ho voluto intervenire nel bel mezzo della polemica feroce che lo ha accompagnato. Ora però vorrei pubblicare in successione alcuni interventi di voci dissonanti all'interno del panorama cattolico, dissonanza per altro lecita e che può aiutare ad approfondire il tema in questione.
La prima voce è quella di don Angelo Casati, prete ambrosiano, classe 1931.
Buona lettura.

***

AGLI AMICI, PER UN BISOGNO DI CONFIDARSI I PENSIERI IN ORE DIVERSE DI UNO STESSO GIORNO


9 febbraio ore 18
Che cos'è questa apparente contraddizione che mi segna dolorosamente da giorni? Da un lato una repulsione, un disgusto per le parole che senza il minimo pudore, spudorate, stanno violando il mistero che avvolge la vita di Eluana. Repulsione, disgusto per le parole e bisogno incontenibile di silenzio.
Ho letto nella Bibbia ciò che è bene. Ho letto: "E' bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore". Poi ho visto credenti non aspettare in silenzio. Loro non aspettano. Loro non hanno niente da aspettare. Loro sanno.

Bisogno incontenibile di silenzio e paradossalmente bisogno di parole che abbiano il sapore buono del pane, da spartire con gli amici. Con gli amici e con la cerchia sconfinata di coloro che ancora aspettano la salvezza: non l'hanno imprigionata nei loro fantasmi, dando ad essi il nome di verità. Piccola sorella verità, piccola mia sorella, dissacrata come Eluana.
Bisogno dunque di altre parole, di parole impastate paradossalmente di silenzio, il silenzio del confidarsi. Il bisogno di sentire una voce, prima ancora e più ancora che sentire parole. Quasi per un bisogno di sentire di esistere, dentro il vuoto. Un bisogno di sostenersi gli uni gli altri, dentro la depravazione. Mi colpì in questi giorni un amico. Squilla il telefono, mi dice: "Sentivo il bisogno della tua voce". Sono, questi, giorni in cui sentiamo il bisogno di voci, il timbro della voce.

Da povero uomo come sono, da povero cristiano in avventura, dentro l'avventura della vita, mi sono dato un punto di discernimento. Discutibile fin che vuoi, ma in qualche misura, penso, efficace. Non dico "infallibile", ma "efficace". Mi sono detto: "Quando parlano, osservali, capirai dalla loro voce, capirai dai loro occhi capirai. Capirai dove vanno i pensieri che li muovono. Dal tono della loro voce, dalla piega dei loro occhi, capirai ciò che veramente sta loro a cuore".

Ti dirò di più: anche le pagine scritte, se le ascolti svelano la voce e gli occhi. Li ho sorpresi in alcuni scritti in questi giorni. Ma se non trovi pietà, un'umana pietà, né nella voce né negli occhi, non indugiare, cerca altrove.

Mi sono guardato intorno in questi giorni e mi sono ricordato di Gesù, vangelo di Giovanni. Era il giorno in cui aveva rischiato le pietre, le aveva rischiate, dentro lo spazio sacro del tempio, le aveva rischiate dagli uomini della religione, quelli che la fede l'avviliscono al rango grigio di un prontuario di norme. "Uscì dal tempio" è scritto, quasi a dire che quando la religione subisce un tale avvilimento, devi uscire. Cercare altrove.

E il racconto, il racconto della vita, continua per le strade: "E mentre passava, vide un uomo cieco dalla nascita. E i suoi discepoli lo interrogarono dicendo: Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché nascesse cieco?" (Gv 9,1-2). Il verbo "vedere" è al singolare. Giusto il singolare! Gesù lo vede. Non ditemi che i discepoli lo "videro". Quel povero cieco per loro era un caso, un caso su cui discutere. Nessuno di loro a misurare quel dolore degli occhi spenti, un dolore che aveva il tempo di una vita: dalla nascita. E lui Gesù, infastidito dalle discussioni teologiche, in cui Dio è assente, perché Dio o è il Dio della compassione o non è! Loro discutevano il caso. Lui guardava il cieco con compassione, quella che ti prende per fremito alle viscere.

Ti dirò che ho sentito in questi giorno uomini politici e uomini di chiesa parlare come quei discepoli: Eluana per loro è un caso, una bandiera senz'anima, senza più colori. Guardali, ascoltali: parlano con gli occhi asciutti. I teoremi contano più del dolore. Si permettono -e dovremmo tutti insorgere per sacra indignazione- parole oscene, dentro l'abisso del dolore. Parole che feriscono, come lama, il cuore.
Parlano senza sapere, senza il vero sapere che o è sposato alla vita, quella reale o non è. O è sposato alla compassione o non è.
Parlano da fuori, dai palazzi, come nei giorni di Welby, senza aver visitato, senza essersi seduti ad ascoltare.
Non conoscono case, inseguono disegni, i loro, difendono se stessi con la più spudorata delle menzogne.
Agitano bandiere, senza colore, perché se una donna o un uomo li defraudi della libertà di decidere, hai tolto tu loro ogni goccia di sangue, ogni colore, hai tolto loro il sangue e il colore della vita.

Mi è capitato spesso di chiedermi, in giorni come questi che ci tocca di vivere, se, in assenza di certezze assolute, non dovremmo tutti batterci, come fa con spirito indomito - faccio un nome tra i tanti - un'amica, Roberta De Monticelli, perché almeno sia salva quest'ultima e prima istanza, quella della libertà, senza la quale non si è viventi, ma manichini, in mano ai poteri e ai loro disegni, fantasmi e cortigiani del nulla.

Ho sentito parole oscene, ma ho anche visto immagini per me, dico per me, oscene.
Ho negli occhi da giorni l'immagine di un'autolettiga che esce da una clinica, presa quasi d'assalto, quasi si trattasse di una preda da conquistare. Guardavo gli occhi erano induriti dal livore, ho cercato invano segni di una umana pietà. Si mescolano rosari a urla minacciose, una pietà senza pietà e dunque spietata. Non ho visto silenzio di pianto. Ho visto difesa di bandiere. Ho sentito rabbrividendo parole infami, come quelle di chi gridava: "Lasciatela a noi" quasi si parlasse di una cosa da tenere, come se Eluana non avesse né padre né madre, come se toccasse ad altri un possesso, per disconoscimento di padre e di madre.
Le grida mi parvero per un attimo oscene. Dopo tanti discorsi tesi a rivalutare la famiglia, ora siamo giunti all'esproprio. E, ancora una volta, a chiedermi che cosa sia mai accaduto per renderci maledettamente senza pietà.


9 febbraio, ore 21
Il conduttore del telegiornale ha dato la notizia: "Eluana è morta". Ho visto una piega di dolore nei suoi occhi... Ha chiuso la trasmissione. Beppino Englaro chiede il silenzio. Il capo dello stato chiede il silenzio. La Bibbia nel libro delle Lamentazioni (3,26) chiede il silenzio: "E' bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore". Gli occhi sono sul Parlamento, il Senato è in presa diretta. Ha un'occasione di ultima dignità. Che sia nell'orizzonte, invocato da molti, il minuto di silenzio che viene chiesto ai senatori? Non fu vero silenzio. Un'occasione di dignità perduta. Perdonate, ma io non credo al silenzio di chi tace per il breve spazio di un minuto e poi violenta, né credo alla preghiera di chi mormora al suo Dio e immediatamente dopo insulta. E' anche vero che non tutti hanno dato questo squallido esempio. Ma rimane lo spettacolo indecoroso. Mi ritiro. Nel silenzio. Ora mi chiedo perché, pensando a Eluana, nella mente mi ritrovi la preghiera di Adriana Zarri:

EPIGRAFE

Non mi vestite di nero: è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco: è superbo e retorico.
Vestitemi a fiori gialli e rossi e con ali di uccelli.

E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c'è una corona.
Forse ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.

In mano ho foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione.
E, sulla tomba, non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un'epigrafe d'erba.
E dirà che ho vissuto, che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.

P.S. Ho sentito qualcuno dire che dobbiamo gratitudine a Eluana perchè con i suoi diciassette anni di coma in stato vegetativo ci ha indotti a riflettere su temi essenziali come la vita, la morte, la sofferenza, la natura, la scienza, la libertà, la coscienza… Mi è venuto spontaneo pensare che destinatari della gratitudine fossero altri, fossero in verità Beppino Englaro e sua moglie. Senza il loro coraggio, la loro forza, la loro integrità e la loro lotta avremmo ancora a lungo allontanati temi di grande rilievo. Anche questo dobbiamo loro. La gratitudine va a loro. Però è anche bello pensare che in questa gratitudine sia accomunata la loro figlia, con cui hanno condiviso pensieri e sogni.

don Angelo.





lunedì 2 febbraio 2009

La mia terra? Io la difendo



"La mia terra la difendo".
È il titolo del blog di un giovane siciliano.
Questo giovane è morto ieri. Si chiama Giuseppe Gatì ed era nato ad Agrigento il 18 ottobre 1986, conosciuto forse da qualcuno per aver pubblicamente contestato Vittorio Sgarbi durante una conferenza ad Agrigento.
Sgarbi è il politico-ciarlatan-critico d’arte nonché abituale e volgare frequentatore di salotti televisivi, condannato anni or sono in via definitiva per truffa aggravata ai danni dello Stato. È uno che ha recentemente dichiarato che se “in Italia regna la corruzione, tanto vale approfittarne”. Forse in virtù di questo suo proclama è da poco divenuto sindaco di Salemi, un paese in provincia di Trapani. Che cosa c'azzecca Sgarbi con la carica di primo cittadino di un comune sicialiano nessuno lo capisce, ma tant'è.

Questo ragazzo ha avuto coraggio, coraggio da vendere, rarissimo ormai anche fra i suoi coetanei: il coraggio di dire pubblicamente quello che forse la gente presente nella biblioteca ad Agrigento il 28 dicembre non sapeva o fingeva di ignorare. E di inneggiare al giudice Caselli e al pool antimafia, diffamati dallo Sgarbi stesso, diffamazione per la quale il salottiero Vittorio è stato condannato in primo e secondo grado.
Giuseppe per il suo gesto di denuncia è stato maltrattato, zittito, insultato e trattenuto per ore in un locale della biblioteca medesima, dove sedicenti funzionari di polizia lo hanno intimidito e minacciato. Qui trovate il racconto di quelle ore, fatto da Giuseppe stesso.

In questa repubblica delle banane ormai nessuno si meraviglia più che ad essere fermati dalle cosiddette forze dell’ordine siano le persone pulite mentre i condannati dalla giustizia occupino responsabilità pubbliche e girino scortati in cerca di consensi e tornaconti economici.
Nessuno se ne meraviglia tranne Giuseppe e quelli come lui. Per questo ha voluto alzare la voce contro il (pre)potente di turno.

Aveva ventiquattro anni, Giuseppe. Di mestiere faceva il pastore. Aveva deciso di restare in Sicilia pensando che ad andarsene dovessero essere le persone che quella terra l’hanno martoriata e non la gente onesta che invece la ama profondamente.
È morto in un “incidente sul lavoro”: una scossa elettrica lo ha fulminato mentre apriva il rubinetto del refrigeratore del latte. La magistratura indagherà.

Nel video il suo intervento alla biblioteca di Agrigento.
È la testimonianza di un giovane siciliano che non si rassegna a vedere la propria terra e il proprio paese nelle mani di quanti vorrebbero farne sempre e comunque una questione di malaffare.
È un grido di sveglia anche per le nostre coscienze, così sovente appesantite da quella normalità-rassegnazione che permette a pochi di tenere in pugno il destino dei più.
È per tutti il monito a vivere la vita con uno sguardo aperto sulle strade che conducono al bene comune.
È la testimonianza di una coscienza civica che resiste alla pesante mortificazione cui viene sottoposta la democrazia in questo paese. Un paese dove la gente, anche quella che ha vent’anni, non sembra più avere voglia di lottare per qualche cosa che vada oltre la propria carriera e la personale sicurezza economica.
Quello di Giuseppe è il grido profetico di una umanità che nonostante tutto non si vuole rassegnare alla banalità del male, credendo che il bene sia una cosa molto più seria.

Il vangelo delle beatitudini chiama beati coloro che “hanno fame e sete della giustizia”, poiché saranno saziati. Anzi già lo sono: la loro stessa passione gli dona di vivere in pienezza i loro giorni, per quanto pochi essi possano essere.
Giuseppe che grida e non si lascia zittire, Giuseppe che sogna e spera di vedere un mondo più giusto, Giuseppe che ama la propria terra tanto da decidere di difenderla… credo che di diritto possa essere annoverato tra i felici di cui parla Gesù.

Qui sotto una breve intervista a Giuseppe Gatì.



Ciao Giuseppe. Grazie.