martedì 30 dicembre 2008

Cattocomunista!
















Il cardinale Dionigi Tettamanzi dovrebbe "pensare alle anime", auspicava giorni fa il ministro La Russa, con quella vocina alla Bracciodiferro e quella faccina che pare ritagliata dal gagliardetto dell A.C. Milan.
E invece la guida spirituale della arcidiocesi ambrosiana che cosa tira in ballo per Natale? Un fondo di un milione di euro per far fronte ai bisogni delle persone e delle famiglie che più di tutte sentiranno i morsi della crisi economica. Proprio impenitente 'sto prelato! Prima gli islamici e ora anche i poveracci! Ma non c'era un altro vescovo bello inamidato, che non rompesse troppo i maroni con le sue idee sovversive, buono per le foto di rito e il baciamano del potente di turno? Meno male che fra pochi mesi se ne andrà in pensione lui pure come il suo predecessore. Allora Roma chieda lumi a Cossiga su chi inviare alla guida della diocesi più grande del mondo.

Bello il passaggio finale di Gad Lerner, da Repubblica dell'altro ieri.

God bless Tettamanzi! Lunga vita al Cardinale!
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...
Il cardinale Tettamanzi probabilmente non ha fatto di questi calcoli, ma il suo Fondo famiglia-lavoro si presenta come obiezione efficace a chi elude questa necessità: bisogna trovare al più presto risorse da distribuire tra i non garantiti, dentro a un mondo del lavoro contrassegnato da divisioni senza precedenti che rischiano di oscurare qualsiasi nozione di solidarietà.
Pochi giorni prima del Natale, visitando la Casa della Carità, il sindaco Letizia Moratti se l’era cavata raccomandando ai milanesi di versare al centro d’accoglienza di don Virginio Colmegna il loro 5 per mille. La politica è concentrata sul business, come al solito, nella speranza già rivelatasi illusoria che la Milano dei danée possa sfuggire all’abbraccio disperato della Milano dei poveri.
Tettamanzi, invece, da arcivescovo ci mette di fronte a una visione pratica della religiosità. Dice ai testimoni del Vangelo che bisogna agire nei prossimi mesi in difesa di chi perderà il lavoro, perché immagina una religione viva dentro il tessuto sociale e le sue sofferenze. E’ la stessa motivazione –la religione viva- con cui auspica moschee dignitose e adeguate per i concittadini milanesi di fede islamica, a costo di subire l’attacco di chi usa il cristianesimo come un’armatura. Vedremo se tacceranno di “catto-comunismo” anche la sua richiesta di cambiare stile di vita e di mettere mano al portafogli.



domenica 28 dicembre 2008

Sensi di fanciullo
















Sensi di fanciullo ti chiedo,
di farmi interiore e mite,
e taciturno nella tua pace.

E di possedere un cuore chiaro.
E dunque, fa’ di noi dei fanciulli
che solo di te si fidano, o Dio:
e sereni affrontino i giorni;
e tornino la notte come
gli uccelli tornano ai loro nidi.
E tu a raccoglierci ogni notte
all’ombra delle tue ali.

Amen.

David Maria Turoldo



sabato 20 dicembre 2008

Stessa acqua sotto i ponti

















Da quando è presidente della Camera, Gianfranco Fini sembra essere diventato di sinistra. Condivisibile o meno il riferimento al mancato intervento della Chiesa cattolica durante il nazifascismo in difesa della popolazione ebraica, si deve comunque badare a non fare d'ogni erba un fascio; e a fronte di atteggiamenti di indifferenza o di ostilità nei confronti degli ebrei da parte cattolica, non si possono dimenticare le innumerevoli testimonianze talvolta eroiche che portarono un po' di luce in quei giorni bui.
Fini però dovrebbe guardare anche all'oggi e alle leggi attualmente vigenti. Ce lo ricorda la rivista Mosaico di Pace, nella persona di don Renato Sacco, suo redattore.

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Lettera aperta al Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini
18 dicembre 2008 - Renato Sacco

Signor Presidente, nei giorni scorsi Lei ha avuto parole dure nei confronti delle leggi razziali del 1938 varate da Mussolini: ‘vergogna’, ‘infamia’, ‘odiosità’. E ha poi aggiunto: “c’è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica”.
No signor Presidente, non si preoccupi, non voglio intervenire in questo dibattito sulla ‘storia’, anche perché altre voci ben più autorevoli e documentate della mia hanno espresso sorpresa e amarezza per le sue parole.
Certo è fondamentale non dimenticare. Guai a chi perde la memoria di ciò che è stato fatto contro la dignità umana nella storia del nostro Paese! Ma proprio perchè altre voci si sono già levate, mi consenta signor Presidente, di fare un riferimento che non porta tanto a valutazioni storiografiche, legate ad anni passati e, per fortuna, ormai passati.

Vorrei porre l’attenzione su una legge attuale, dei nostri giorni. La Legge n.189, del 30 luglio 2002, che porta anche il suo nome: la Legge Bossi-Fini. Sia chiaro non voglio fare paragoni e mettere sullo stesso piano questa legge con le leggi razziali. Ma, ciò premesso, va detto che è una legge che ha sollevato molte critiche, anche in ambito ecclesiale. La inviterei a prenderne nota, caso mai le fossero sfuggite.
Solo per citare alcuni nomi: mons. Nozza direttore della Caritas Italiana, don Ciotti presidente di Libera, Mons. Dho vescovo di Alba e attuale presidente della Commissione della Pastorale Sociale dei vescovi piemontesi, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e direttore della Rivista Mosaico di pace promossa da Pax Christi.
In sostanza il giudizio pesante sulla legge Bossi-Fini era ed è dovuto al fatto che ‘mette tra parentesi la persona: ciò che interessa è che l’immigrato lavori, non che esista come essere umano con una propria cultura. Avalla una mentalità secondo cui lo straniero deve essere merce da utilizzare. È legalmente riconosciuto finché serve al capitale, poi può essere respinto al mittente. Una legge – come ebbe a dire p. Alex Zanotelli – anticristiana”.
E mons. Dho, scrisse a proposito di questa legge: ‘Quando il potere pubblico, anziché cercare il bene comune e in speciale modo quello dei deboli e degli ultimi, preferisce tutelare e proteggere gli interessi dei forti e potenti..., non ci si può stupire se gli stessi poteri ... non si preoccupino poi delle persone come tali ma unicamente dell’utilità che se ne può ricavare’. Anche il sottoscritto, agli inizi di giugno 2002, aveva scritto che la legge Bossi-Fini è “disumana, oppressiva, lesiva degli inalienabili diritti dell'uomo. E soprattutto inutile”.

C’era stata una dura presa di posizione delle segreterie provinciali di AN e LEGA. Nel marzo 2004 l’esponente della Lega, attuale capogruppo alla Camera, Roberto Cota, aveva scritto addirittura al mio vescovo di Novara accusando me e qualche altro prete di ‘fare politica dall’altare’. Perché Le dico questo? Perchè c’è il rischio che, parlando del passato, non si parli del presente, delle leggi immorali in vigore oggi, che come dicevo, portano anche la Sua firma.
Leggi che segnano oggi, in questo Natale 2008, la vita o la morte di tante persone.
Ne prenda nota signor Presidente, (se vuole le posso mandare una nutrita documentazione da tenere in archivio) perchè non succeda che tra qualche anno, qualcuno al Suo posto se ne esca con affermazioni del tipo: perchè la società italiana si è adeguata? Perchè anche la Chiesa non ha detto niente?
Certo sono io il primo a dire che ci vorrebbe più coraggio, anche nella chiesa, nel denunciare ingiustizie e razzismi più o meno striscianti. Ma almeno evitiamo di criminalizzare tutti gli stranieri (clandestino uguale delinquente) e evitiamo di dire che tutti sono stati zitti di fronte all’immoralità della legge Bossi-Fini.

Insomma, evitiamo il pericolo reale di fare di ogni erba un fascio.

Cordiali saluti e auguri di un Santo Natale.

Cesara, 18 dicembre 2008
d. Renato Sacco,
parroco e redattore di Mosaico di pace
(via alla Chiesa, 20 - 28891 Cesara - Vb).


Fonte:

giovedì 18 dicembre 2008

Esperar

In rete si incontrano cose belle e belle persone. E' il caso di questo scritto sulla speranza, frutto della riflessione di un padre Comboniano, missionario in Brasile.
Mi permetto di rilanciarlo e credo che farà bene anche a voi leggerlo.

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Esperar


Piú che di Natale, ci viene facile in Brasile parlare dell’attesa: nel conflitto tra la vita e la morte (almeno qui) non c’è ancora una vittoria definitiva. C’è gente che aspetta; espera, come si dice qui. Esperar ha due significati: aspettare e sperare.
Sperare è un verbo attivo, resistente, di lotta (non a caso usiamo spesso l’espressione “trincheiras de esperança”, trincee che difendano ostinatamente quello in cui crediamo). Quelli che sperano appaiono sempre piú come dei ‘cospiratori’: oggi sperare è andare contro corrente, scegliere il conflitto.
Aspettare è molto piú facile e spontaneo: è quello a cui la gente pian piano viene addomesticata. Dai programmi di sussidio governativi alla politica paternalista e di corruzione, tutti sono educati alla dipendenza e all’attesa. È una strategia globale che smorza il sogno e ammaina la rivolta.
Questo tempo di avvento, dunque, è di resistenza: per risvegliare la speranza, per non lasciarci spegnere, per mantenere viva l’indignazione, il senso di giustizia e di riscatto della nostra dignità, del protagonismo dei piccoli!

La Parola ci ripete, insistentemente, che c’è qualcosa di grande da sperare. Per Isaia, un germoglio spunterá dal vecchio tronco del popolo di Dio, dalle sue radici. In questa nostra terra pre-amazzonica, devastata e violentata, ci sono solo tronchi mozzati e sembra che nessun germoglio riesca piú a spuntare. Anche la chiesa militante, viva e sognatrice della Teologia della Liberazione sembra soffocata da una nuova onda barbiturica, una religione mediatica e emotiva, che accarezza la pelle ma non smuove alla trasformazione. Comprendiamo con il Profeta che è tempo di lavorare alle radici: è lí che la vita resiste.
Il Signore ci garantisce che non si possono cancellare anni di storia e di lotta, di memoria e di identità; questo vale qui in Brasile e lá in Italia, dove… fa piú freddo.
Fare memoria e riscattare modelli e testimoni nella Storia e nelle nostre storie: esperar è aguzzare lo sguardo in avanti, declinando peró i verbi e le esperienze del passato, con pazienza e ostinazione. “Per risvegliare la coscienza del popolo, il cospiratore della speranza deve contare con una infinita pazienza” (p. José Comblin).
Camminiamo, dunque, in questo avvento con esperança grande e pazienza infinita: è tempo di dissodare a fondo il terreno, lavorare in profondità, perché molto di quello che cresce attorno a noi e ci soffoca non ha radici e presto avvizzirá.

Sulla scrivania ho una piccola statua di una donna indigena, gravida. Ogni anno il Signore ci riconduce al principio della nostra vita: la magia dell’attesa, della gravidanza, è il riferimento piú vero per l’uomo e la donna di fede. Con ogni donna, crediamo con testardaggine che la vita si aprirá nuove strade. Qui sognamo una terra di gente riconciliata con la natura e la foresta, capace di vivere in simbiosi con il creato e ribelle ad ogni modello di sviluppo che succhia sangue e risorse, finché la vita non secchi. Sognamo una chiesa di piccole comunitá corresponsabili, risorte nel cammino protagonista, curvate sulle vittime che ci circondano, coraggiose nella denuncia e nella visione politica.
E tu che leggi, dal cuore di questa Italia che accompagnamo con preoccupazione dalle periferie del mondo, o que esperas? Cosa attendi? E in nome di chi? Cerca di includere anche noi e i nostri sogni nelle tue attese! E il Dio della Vita ci accompagni e apra il cammino!

Padre Dario



domenica 14 dicembre 2008

Perle ai porci

Ci sono parole in questa nostra italietta che vengono utilizzate come dei mantra: nessuno sa chi le abbia coniate, che cosa vogliano dire, ma vengono rilanciate ad ogni occasione, tanto per buttare un po' di fumo negli occhi di chi ascolta e darsi l'aria di saperla lunga.
Una di queste è "cattocomunista" con relativo corollario di aggettivi. Ad usarla come una sciabola sono i paladini del cosiddetto cattolicesimo tradizionalista, che della tradizione ecclesiale conoscoscono naturalmente ben poco e la confondono normalmente con la blusa a strisce degli svizzeri in Vaticano o con il ruminare latino delle liturgie, lingua nella quale per altro venivano immancabilmente rimandati a settembre già in prima media, a giudicare dal loro italiano.

Ad essere annoverato nella schiera dei cattivoni cattocomunisti è stato recentemente il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, in occasione del suo discorso alla città, tradizionale appuntamento di S. Ambrogio.

Alla Milano bene, impegnata nella passerella alla prima della Scala, non sono proprio andati giù i benevoli riferimenti che Tettamanzi ha fatto nei confronti dell'Islam. Il ministro La Russa e lo scudiero De Corato, da dietro i loro smoking acquistati per l'occasione, irridevano in diretta televisiva il poveretto: "Il Gardinale benzi alle annime, ghe alla bolidiga gi penziamo nnoi".

Stiamo freschi! Non riusciamo proprio ad immaginare che cosa La Russa pensi essere l'anima, mentre ci pare di capire piuttosto bene che cosa intenda per politica: la voce grossa coi più deboli e una indefessa piaggeria nei confronti dei più alti in grado. Soltanto così uno come lui ha potuto aspirare a dirigere un ministero della Repubblica.

Ecco il passaggio incriminato del discorso di Tettamanzi:

«In tante zone della Città, inoltre, mancano anche gli spazi fisici e le occasioni concrete per fermarsi a riflettere e a pregare. Abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della Città. Ne hanno un bisogno ancora più urgente le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all’Islam. Abbiamo bisogno anche di iniziative culturali che favoriscano la riflessione, non di provocazioni che suscitano esclusivamente dibattiti sterili e scalpore ma che non accrescono l’interiorità».

Chi mastica appena qualche cosa di vangelo, capisce subito che il tenore e il contenuto del discorso dell'Arcivescovo sono assolutamente in linea con i valori cristiani, quelli assolutamente non disponibili (altro mantra). Valori che insegnano scandalosamente ma realmente a cedere anche il mantello a un compagno di viaggio così esigente da richiederti la tunica; o fare con lui il doppio della strada che egli ti costringe a percorrere. Questo forse La Russa non lo ha mai letto nè ascoltato dai suoi cappellani militari, altrimenti non si stupirebbe di sentire un vescovo cattolico parlare a questa maniera.

Ma tant'è: ogni occasione è buona per mantenere alta la nevrosi sicuritaria, ad arte allestita dalla destra italiana al potere. Che ama la Chiesa soltanto quando non dice nulla di scomodo nei suoi confronti. Così, mentre la Moratti - in un impulso intimista - tenta di annacquare le parole del Cardinale («Sua eminenza non ha parlato di moschee in modo specifico. E' giusto che ci siano luoghi di culto per chi vuole esprimere la propria fede, ma vanno prima di tutto cercati dentro di noi»), così si esprime un altro bell'esemplare di questo governo circense, il ministro Calderoli:

"In un momento in cui la Chiesa di Roma è tornata alla sua missione di guida spirituale e di salvaguardia delle tradizioni, abbandonando il piccolo cortile degli intrighi della politica italiana, spiace vedere che il cardinale Tettamanzi si pone come uno degli ultimi baluardi del cattocomunismo".
"Il cardinale Tettamanzi non spende parole quando in Spagna si tolgono i crocifissi dalle scuole, ma si fa oggi paladino delle moschee. Non mi risulta che nelle sacre scritture ci siano riferimenti alla difesa dei diritti di chi considera le altre religioni un ostacolo da abbattere. E neppure che inviti ad accogliere presunti luoghi di religione che in realtà sono scuole di violenza. Noi diciamo sì ai luoghi di culto che siano controllati, ma diciamo no alle cattedrali del terrorismo".

Che dire?
Al Cardinale Arcivescovo vorrei offrire un suggerimento: è vero che il vangelo deve essere predicato dai tetti, in ogni occasione, opportuna e inopportuna. Ma occorre anche vigilare e non gettare le sue perle ai porci, affinchè non le calpestino con le loro zampe e con un gran sorriso ti si rivoltino poi contro per sbranarti. Soprattutto nel caso del terribile porcus irridens, di cui abbiamo una diapositiva.
Quella suina e gaudente è una razza imperante di questi tempi. Per essa ci vorrebbe davvero che avvenisse di nuovo un gran prodigio, come successe a Gerasa: basterà l'ennesima parolina incantata tipo "aumentare i consumi" o "uscite a fare shopping"; una bella sgroppata dell'intera mandria, con il capobranco in testa, giù giù per il burrone a picco sui marosi e... viva l'Italia!




sabato 13 dicembre 2008

Grazie




















Grazie, o Dio, per la fiducia
che continui ad accordarci
malgrado Tu conosca
la nostra fragilità.

Noi assomigliamo sovente
ai discepoli di Gesù di Nazareth:
abbiamo talvolta grandi slanci iniziali
e poi il mormorio ... ,
dichiarazioni di fede
e poi l'incredulità,
grande amore per Te
e poi la fuga e il tradimento.

Eppure, o Dio, Ti basta scorgere in noi
un filo di disponibilità
per credere nelle nostre capacità
e darci la possibilità
di rinascere.

Grazie, o Dio,
per la grandezza del Tuo amore.

Elsa Gelso

venerdì 5 dicembre 2008

Suvvia monsignore, qualcosa di migliore!

Nei giorni scorsi la Santa Sede, nella persona del proprio rappresentante all'ONU, mons. Celestino Migliore, ha votato contro la proposta francese di depenalizzare l'omosessualità in tutto il mondo. Non è mistero che in molti Paesi, le persone sospettate di avere una relazione omosessuale vengano oltraggiate e persino messe a morte. Questo stesso blog si era occupato di un caso estremo avvenuto in Iran giusto un anno fa.
La ragione della posizione vaticana risiede nell'idea tutta da dimostrare che la richiesta di depenalizzazione aprirebbe la porta al pieno riconoscimento delle unioni gay con conseguenti "nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni".

Credo sia lecito qualche semplicissimo pensiero.

Il catechismo della Chiesa cattolica afferma che si devono evitare forme di discriminazione verso le persone omosessuali: chiedere che vengano abolite nel mondo le pene previste per il "reato" di omosessualità mi sembrerebbe andare nel verso della proposizione del catechismo stesso. Non chiederne l'abolizione mi pare invece smentire il catechismo. Mi pare un atteggiamento degno del più goffo cerchiobottismo quello di voler sbandierare il catechismo senza provare a dargli corpo.

Ancora prima del catechismo, è il vangelo che, nella sua visione della vita e del mondo, si schiera indiscutibilmente e sempre dalla parte delle vittime della discriminazione e della violenza. Se Gesù fosse oggi l'osservatore permanente della Santa Sede all'ONU, che tipo di accoglienza avrebbe offerto alla proposta francese? Preoccuparsi della eventuale discriminazione degli Stati piuttosto che farsi carico di quella reale di individui abbandonati alla violenza di leggi barbariche mi pare del tutto lontano dalla originaria sensibilità evangelica.

Ho letto il duro intervento dell'associazione AGeDO, un'associazione di genitori di figli omosessuali. A parte una certa acredine, pur comprensibile, nei confronti dell'establishment vaticana, l'amarezza del testo mi pare del tutto condivisibile. Il problema è che mons. Migliore non ha figli e tanto meno figli omosessuali, sennò probabilmente la penserebbe in maniera diversa. E' sempre così a questo mondo: come dice una mia carissima amica, che è anche mia moglie, bisognerebbe parlare solo dopo essersi messi nei panni degli altri.
Cos'è stato per un genitore dell'Agedo apprendere che in Iran, a dicembre 2007, venivano impiccati due ventenni accusati di omosessualità? Dagli scranni dell'ONU questo può suscitare impressioni ben diverse dalle emozioni di un padre o di una madre.

Ad ogni modo, non sono d'accordo con questa posizione vaticana, lo dico da battezzato. La ritengo gravemente lesiva dell'immagine della Chiesa stessa nel mondo e soprattutto fra le nuove generazioni, peraltro sempre più lontane. E credo che essa non rappresenti il pensiero di moltissimi cattolici che alla Chiesa nata dal cuore di Gesù continuano a volere bene.

Non sono d'accordo, mi dissocio. Lo dico in tutta semplicità, e senza malanimo. E però lo devo dire, con forza e in tutta franchezza.

lunedì 1 dicembre 2008

Puer natus

Sono arrivato a casa oltre le dieci di sera: due ore e mezza per percorrere una trentina di chilometri in tutto, la tangenziale est di Milano praticamente a passo d’uomo a causa di un’improvvisa nevicata che pare aver colto di sorpresa il personale dei mezzi spazzaneve. Verso le diciannove e trenta, sul pavé di via Palestro, ai primi fiocchi caduti una ciclista era miseramente scivolata, complici il fondo gelato e la rotaia del 29. Serataccia.
Eppure la neve aiutava, se non a far presto, a far le cose lentamente. Uno spontaneo elogio alla lentezza così inusitato da queste parti, dove ognuno ormai sfreccia e sgomita da mattina a sera per farsi largo, per arrivar prima (possibilmente prima degli altri). Il tutto nel nome di un dio nervoso e impaziente.
Con la neve no: inutile provare a forzare la marcia, i pneumatici pattinano ch’è una bellezza senza che ci si sposti di un metro. Una sorta di briglia imposta al mezzo meccanico da chissà quale vetturino, una forma di esercizio di cammino consapevole: Inspiro: sto guidando; Espiro: sorrido alla neve. O qualche cosa del genere, o niente di tutto questo.
Nevica quanto basta a ricoprire il cortile di casa, in una maniera così perfetta da far male al cuore dover profanare quella quiete bianca, mettere il battistrada laddove nessuno è ancora passato, violare il torpore dei ciottoli, il letargo pesante delle erbe. Freddo tosto. Meno male che avevo spostato le piante nei vasi sotto il balcone, vicino al muro del locale caldaia, e provveduto a imbacuccare con teli di plastica l’alberello d’olivo piantanto vicino al muro di cinta non più d’una settimana fa.
Cena fuori orario, con il sonno addosso.
Quando nevica – penso mentre mangio – te ne accorgi senza vedere, ancora stando nel letto. Tutti i rumori arrivano ovattati dalla strada, in proporzione a quanta ne viene giù. Nell’85 nevicò così a lungo che lo sferragliare dei mezzi era sparito del tutto. Per strada non si girava proprio e qualcuno aveva pensato bene di inforcare gli sci da fondo per recarsi al lavoro. Non s’era mai visto nella bassa Brianza, così altri gli ridevano dietro: non siamo mica a Cortina!
Allora scattai delle foto in bianco e nero che ancora conservo: tra i viali del cimitero ripresi le insolite acconciature di alcuni cristi tombali, le cui nudità immobili, bizzarramente rivestite dalla copiosa nevata, offrivano il senso di una carezza affettuosa sulla mestizia alla quale quei bronzi facevano da guardia. Ho inquadrature preziose di amici giocosi nei loro sorrisi di neve; mia madre col suo collo di pelliccia che sa di menta; mia sorella con un ombrello rosso davanti alla scuola con la sua amica del cuore. E ancora la vecchia casa dove abitava una anzianissima prozia. Lei non c’è più, la sua casa è stata abbattuta e anche l’amichetta di mia sorella è partita senza preavviso.
Stamani le cronache raccontano di due marocchini che, entrati nel cuore della notte in una cabina telefonica per ripararsi dalla neve, hanno trovato il corpicino livido di una neonata chiuso dentro un sacco della spazzatura. A due passi da Palazzo di Giustizia e da una clinica per mamme e bebè. Il resto è un film già visto: le forze dell’ordine che sopraggiungono, la ricerca di indizi, l’attesa dei referti autoptici: un surplus di attenzione giunta irrimediabilmente in ritardo. Come se possa essere di qualche consolazione per qualcuno venire a sapere che la piccola è morta di parto piuttosto che uccisa dall’inverno impietoso. Sempre di freddo si tratta, di neve. Non la neve tenera, contemplata da dietro i vetri di casa, al calduccio; ma quella legnosa dei crocicchi, quella malata e logora dei marciapiedi cittadini. Una neve sorda, pesante, estenuante, anonima.
Neve ancora.
Cos’è nascere e morire in una notte di neve? Cos’è un alito di bimbo buttato in un sacco nero? E il dolore di una madre? Quanto grande il suo abbandono? Quanto freddo nel fondo del cuore?
"Chiamato a sé un bambino lo pose nel mezzo… Se non cambiate il cuore e non diventate come bambini…". Ci sarà mai modo di sintonizzare il mondo sulle frequenze rare della compassione almeno per la vita che sboccia in una notte di neve? Di orientarlo verso un centro dal quale pare aver disgraziatamente distolto lo sguardo? Ci sarà ancora – via da questa poltiglia desolata – una neve altra, immacolata e lenta a scandire ore di gesti affettuosi, placida a cullare i tepori di tutti i bambini del mondo, di tutti i cuori dispersi dal mondo? Che il mondo non si lasci impietrire dalla lenta nevicata dei giorni. E infine conosca un’ora di neve soltanto soave.