martedì 30 settembre 2008

In ricordo di papa Luciani



Il 28 settembre 1978 moriva Albino Luciani, papa da trentatre giorni con il nome di Giovanni Paolo I. Vogliamo ricordarlo con le "parole gravi" che volle pronunciare nella sua ultima udienza pubblica, circa il diritto di proprietà privata.
Radicalità dell'evangelo, merce ormai rara, di cui tuttavia non viene meno la nostalgia.
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"La proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile ed assoluto.
Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio, oltre il bisogno, quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente.
Son parole gravi... Alla luce di queste parole, non solo le Nazioni, ma anche noi privati, specialmente noi di Chiesa, dobbiamo chiederci: abbiamo veramente compiuto il precetto di Gesù che ha detto: Ama il prossimo tuo come te stesso?".

lunedì 29 settembre 2008

Pro Memoria

















Ho letto nei giorni scorsi la preziosa testimonianza di Shlomo Venezia, greco di origine italiana, deportato da Salonicco a Birkenau ne 1944, appena ventenne. La sua storia è raccolta in "Sonderkommando Auschwitz" (Rizzoli 2008), dal nome del reparto speciale in cui Shlomo lavorò durante la sua permanenza nel campo di concentramento nazista. Il Sonderkommando era il gruppo di persone obbligato ad accompagnare le vittime fin nelle camere a gas e a recuperarne i corpi dopo l'assassinio con lo Zyklon B.
Riporto alcuni passaggi, che possono dare l'idea dell'enormità della tragedia che colpì l'Europa in quegli anni bui, vista con gli occhi di un testimone diretto.
E' un tributo alle vittime, ma soprattutto un contributo offerto alla memoria dei vivi, perché non osino dimenticare. Specialmente di questi tempi, ove farlo sarebbe pericoloso.

I disegni sono di David Olère, pittore francese, sopravvissuto ad Auschwitz, anch'egli arruolato nel Sonderkommando. Rispettivamente, "Lo spogliatoio del Crematorio II", "Dopo la gassazione".

Naturalmente vi invito a leggere il libro per intero.
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... Mi ricordo invece che un giorno, tra i cadaveri portati fuori dalla camera a gas, c'era il corpo di una donna in­credibilmente bella. La bellezza perfetta delle statue an­tiche. Gli uomini che dovevano metterla nel forno non riuscivano a rassegnarsi all'idea di far sparire un'immagi­ne così pura e tennero il corpo con loro il più a lungo possibile; alla fine furono obbligati a bruciarlo. Penso che sia stato l'unico caso in cui ho veramente «guarda­to», altrimenti tutto avveniva meccanicamente, non c'e­ra niente da guardare.
Anche nello spogliatoio non ci facevamo più attenzio­ne; non avevamo il dirilto di emozionarci. Qualche vol­ta, però, capitava ancora che fossimo turbati o feriti, co­me quel giorno in cui vidi arrivare una donna e il figlio che avevano cercato di nascondersi nel cortile del Crematorio. Facevano parte di un convoglio arrivato da Lodz; millesettecento persone inviate al nostro Crema­torio. Tutto si svolse come sempre: entrarono nella ca­mera a gas, il tedesco gettò il gas e quindi cominciò il nostro macabro lavoro, fino a che il gruppo di notte ven­ne a darci il cambio.
La mattina del giorno dopo, tra le otto e le nove, uno degli uomini, sorpreso, venne ad av­vertirci che una donna e un ragazzino di circa dodici an­ni si trovavano net cortile del Crematorio. Nessuno riu­sciva a capire cosa ci facessero; osservandoli più attenta­mente comprendemmo che appartenevano al gruppo in­viato a morire il giorno prima. Ci scambiammo degli sguardi sconvolti, e io mi avvicinai a loro per cercare di capire. Non so se la donna avesse scalato la palizzata o se si fosse infilata nello spazio tra i tronchi d'albero e il filo spinato: in ogni caso era riuscita a nascondersi con il fi­glio. L’erba alta di quei mesi d'estate aveva permesso loro di sottrarsi alla vista delle guardie, ma si erano trovati di fronte il reticolato di filo spinato, senza modo di evade­re. Il mattino seguente, quando la madre intuì che non c'era via d'uscita, si era diretta verso il Crematorio spe­rando di salvarsi.
Non smetteva di piangere e di ripetere che aveva lavorato a lungo nel ghetto come sarta per i soldati tedeschi e che avrebbe potuto continuare a ren­dersi utile. Il tedesco di guardia si era accorto che c'era un proble­ma ed era uscito nel cortile per vedere di che si trattava. La donna comincio a supplicarlo, ripetendo quello che ci aveva detto. Per calmarla il tedesco le disse: "Ha ragio­ne, signora, vediamo cosa possiamo fare. Mi segua". Lo sapevamo tutti: li avrebbe uccisi appena entrati.
Non mi ricordo se disse loro di spogliarsi per passare prima per la disinfestazione; li uccise tutti e due con un colpo di pi­stola alla testa.
In seguito venne tagliata l'erba alta tra la palizzata e il filo spinato per evitare questo genere di «in­cidenti». Lo fecero i russi, mi aggregai anch'io, volonta­riamente, per prendere un po' d'aria.
Non so cosa quella donna potesse sapere esattamente del luogo dove era stata mandata. Arrivava da uno degli ultimi ghetti della Polonia e di solito i deportati che erano passati dai ghetti ne sapevano più degli altri. Non si facevano illu­sioni: erano sfiniti, psicologicamente distrutti dopo tutti quegli anni nel ghetto. Quando arrivavano si lasciavano guidare verso la «disinfestazione» senza capire veramente, senza nemmeno cercare di capire cosa stava succedendo.



... Un gior­no, mentre testimoniavo in una scuola, una ragazzina mi ha chiesto se qualcuno era mai uscito vivo dalla camera a gas. I suoi compagni l'hanno presa in giro, come se non avesse capito nulla. Come sopravvivere in quelle condi­zioni al gas mortale inventato per uccidere? Impossibile. Per quanto la sua domanda potesse sembrare assurda, era pertinente, perché è accaduto.
Poche persone hanno visto e possono raccontare questo episodio... eppure è vero. Un giorno, mentre tutti avevano cominciato a lavorare normalmente al­l'arrivo di un convoglio, uno degli uomini incaricati di togliere i corpi dalla camera a gas sentì un rumore stra­no. Non era così raro sentire rumori insoliti; spesso l'organismo delle vittime continuava a liberare gas. Questa volta però sosteneva che il rumore fosse diver­so. Ci fermammo per ascoltare, ma nessuno sentì nien­te e pensammo che avesse avuto un'allucinazione. Qualche minuto più tardi ripeté che questa volta era certo di aver udito un rantolo. Facendo attenzione, an­che noi riuscimmo a percepire il rumore, una sorta di vagito. All'inizio i gemiti erano intervallati, poi aumen­tarono fino a divenire un pianto continuo che tutti identificammo con il pianto di un neonato. L'uomo che se ne era accorto per primo si mise alla ricerca del punto da dove proveniva il rumore e scavalcando i cor­pi trovò una bambina di due mesi ancora attaccata al seno della madre, che piangeva perché non sentiva più arrivare il latte. L'uomo prese il bebé e lo portò fuori dalla camera a gas. Sapevamo che era impossibile te­nerlo con noi e soprattutto nasconderlo o farlo accetta­re ai tedeschi. Infatti, quando la guardia lo vide, non sembrò dispiaciuto di dover uccidere un neonato. Sparò un colpo e la bambina che era miracolosamente sopravvissuta al gas morì. Nessuno poteva sopravvive­re. Tutti dovevano morire, noi compresi: non si tratta­va che di una questione di tempo.
Qualche anno fa ho chiesto al caporeparto del più grande ospedale pediatrico di Roma come si spiegava il fenomeno. Mi ha detto che non era impossibile che la bambina, che stava poppando, sia stato isolata dalla for­za del succhio al seno della madre; ciò avrebbe limitato l'assorbimento del gas mortale.

(pp.128-129).











Shlomo Venezia, nel 1944.

sabato 27 settembre 2008

Inalazioni















Di ieri la notizia del sequestro da parte della Guardia di Finanza di una partita di capi in pelle fabbricati in Cina con materiale tossico. Soprattutto calzature e in particolare scarpe per bambini. Dopo il latte alla colla che ha ammazzato infanti e avvelenato qualche decina di migliaia di bebé della Repubblica Popolare, ora le scarpe al cromo esavalente.
Complimentoni! Qualcuno dovrà dirglielo prima o poi a 'sti cinesi che nella vita ci sono anche altre cose da salvaguardare oltre alla fioritura del conto corrente, sennò, forzando troppo la mano, qualche volta succede che ti muoiano figli e nipotini, che poi sono sempre i figli e i nipoti degli altri. Ma forse noi occidentali non siamo i più adatti a sedere in cattedra per questo tipo di lezione; a parte il ministro Tremonti, che a sentirlo oggi pare un no-global di vecchia data, quando predica che "l'economia non è tutto" e che "la vita si fonda innanzitutto su valori spirituali" (però!).

Ma la notizia delle scarpine tossiche mi lascia un tantino interdetto: che i piedini dei nostrani pargoli vengano a contatto con sostanze cancerogene è assolutamente da evitare, ma che dire quando uno fa un giro al parchetto sottocasa e si accorge di che aria gli tocca respirare?

E a parte l'intento di orientare i consumatori (tali ci considerano e nulla più) verso l'acquisto di scarpe che non siano cinesi, come mai i telegiornali riportano la notizia delle infernali calzature e trascurano assolutamente di tenerci almeno aggiornati sui livelli di pm10 presenti nell'aria di Milano ed interland? Senza trascurare il monossido di carbonio, il biossido di azoto, l'anidride solforosa, il piombo ecc. ecc... tutta roba buona a mandarci al camposanto in ancor giovane età.

Sino a una decina di anni fa, se non ricordo male, una preziosa rubrichetta del tg regionale forniva quotidianamente dati di questa natura. Oggi non se ne parla proprio: l'aria fa talmente schifo che a nessuno gliene frega più niente di dire quanto. E nemmeno di saperlo; imbambolati come siamo da potentissimi mezzi di distrazione di massa - dai consigli per gli acquisti, al campionato di calcio, da carramba-che-sorpresa a qui-studio-a-voi-stadio - non ce ne importa un fico secco di niente. Non dico della miseria in giro per il mondo, che prima o poi pare voglia fare un giretto anche dalle nostre parti, ma nemmeno del pattume che ci tocca respirare, neppure di crepare per la porcheria che ci arriva addosso.

E' che gli effetti dell'inquinamento atmosferico non si vedono all'istante. Se respirare aria inquinata, così come fumarsi un pacchetto di sigarette in poche ore, avesse conseguenze immediate, che so, sulla pelle della faccia... Se ci spuntasse un foruncolone purulento e gigante dopo ogni passeggiatina pomeridiana o dopo una tiratina di tabacco, qualcuno inizierebbe a preoccuparsi sul serio, le abitudini muterebbero, la consapevolezza crescerebbe nel giro di poco tempo. Il pensiero sottostante a questo atteggiamento mentale è che - così ci hanno sempre detto in tutte le salse - qualcosa che non si vede non esiste. L'aria è ammalata: qual'è il problema?

Ma se conservassimo un po' di semplice coscienza umana, che cosa ci dovrebbe stare a cuore più dell'aria che respiriamo e dell'acqua che beviamo? E allora perchè nessuno apre bocca sul fatto che l'aria profumi di tutto tranne che di buono? Certe mattine, quando tira vento dalla parte giusta, esci di casa e senti un odore aspro, resinoso, che gratta in gola. Tuo figlio respira, mentre lo tieni per mano. Non lo lasceresti scappare dal marciapiede fin sotto una macchina, ma non puoi impedirgli di respirare. Da dove verrà questa puzza maledetta? E chi può saperlo? Chissà se un sindaco della zona che sta portando il cane a fare pipì la sta avvertendo in questo preciso momento; non ci vuole molto, basta un naso che funzioni: in tal caso, non sarebbe suo dovere cercare di ipotizzarne la provenienza e denunciare il fatto? Se stanotte butto una bidonata di vernice rossa per strada e imbratto mezzo paese, forse lì per lì riuscirei a farla franca, ma mi verrebbero sicuramente a prendere a casa il giorno dopo e pagherei il danno. Com'è invece che uno può impunemente aprire lo sfiatatoio della fabbrichetta omicida e farci fare inalazioni di trielina a tutti quanti senza che nessuno intervenga?

Alle otto del mattino, quando i bambini vanno a scuola belli belli con il pedibus, e tra le quattro e le sette del pomeriggio, allorché ritornano e girano per strada in bicicletta, e le mamme portano i più piccoli a prendere - si fa per dire - una boccata d'aria, a Mezzago non si respira. Qualcuno può sostenere il contrario, dati alla mano? La via principale del paese funziona da valvola di sfogo per la vicina arteria provinciale intasata all'inverosimile, nonostate tutte le rotonde e rotondine del mondo che vi hanno costruito sopra negli ultimi anni. Via Roma, via Concordia e via Curiel sono un'unica grande camera a gas e credo di non esagerare. Siamo davvero lontani da un'ordinanza che vieti ai genitori e ai nonni di portare al parco di via Brasca i propri figli in quelle ore? Sarebbe un atto di responsabilità. Da un "Comune a cinque stelle" che sceglie materiali ecologici per l'ampliamento della scuola elementare, ci aspetteremmo anche qualcosa a favore della qualità dell'aria, a parte costruire nuove strade che servono solo ad allontanare il problema di qualche decina di metri (o ad avvicinarlo, per quelli che la nuova strada gli passerà sotto il naso). Mi rendo conto che la questione è enorme e che nessuno può risolverla in autonomia. Ma qualcosa forse si può fare, perlomeno cominciare a chiamare le cose a voce alta, con il loro nome.

Signori Amministratori, sappiateci dire almeno voi di che morte dobbiamo morire. Un pressante consiglio a cambiare aria (in tutti i sensi) ce lo stanno dando da tempo la moria silenziosa delle api, gli ippocastani e i tigli che perdono le foglie al mese di luglio, le erbe del verde sopravvissuto alla cementificazione prepotente del territorio, costantemente infestate da parassiti. Senza parlare delle rondini che lungo le loro rotte migratorie prediligono ormai più salubri destinazioni; o dei pipistrelli, già trasferitisi definitivamente altrove, guidati da una istintuale saggezza, evidentemente sconosciuta al genere umano. Ci resta la compagnia piuttosto fastidiosa della zanzara tigre, liberissima di proliferare indisturbata in queste lande.
Tutti segnali precisi che qualche cosa non funziona più, che gli anelli di una delicatissima catena si stanno spezzando. Messaggi che dovrebbero farci rizzare le antenne e toglierci il sonno. Ma visto che nessuno pare volerli prendere sul serio, provate a suggerircelo voi di espatriare, potendo; fatelo pubblicamente, ve ne prego, prima che sia troppo tardi.




venerdì 26 settembre 2008

Il razzismo non esiste




















"Il razzismo è in primo piano nella cronaca nera come in quella politica (che, purtroppo, sempre più spesso è nera). Leghisti, ex fascisti e berluscones (compresi alcuni sedicenti socialisti), pur dicendo di non essere razzisti, non prendono mai le distanze dalle piu schifose azioni o dichiarazioni razziste: si limitano a dire che si tratta di tutt'altro.

Così, per esempio, uccidere un ragazzo gridandogli sporco negro, non è razzismo. Non è razzismo schedare i bambini rom. E non è razzismo gettare escrementi sul luogo dove deve nascere una moschea. Ma, se non è razzismo, che cos'è? Nessuno lo spiega e non lo ha spiegato, ieri ad Omnibus, neanche il sindaco di Verona, Tosi, al quale la conduttrice Luisella Costamagna chiedeva di condannare Borghezio e la manifestazione nazista di Colonia. Tosi si è Iimitato a rispondere: «Io non ci andrei".

Così la Lega minimizza il razzismo e questo sappiamo a che cosa puo portare. E più di tutti lo sanno i tedeschi, che ieri hanno proibito ai vari Borghezio di sfilare, mentre da noi sono al governo. "



Novello Oppo, L'Unità, 21 settembre 2008




mercoledì 24 settembre 2008

Same Old Shit




















L'altro giorno a Colonia esponenti della destra razzista hanno indetto una manifestazione contro la cosiddetta islamizzazione dell'Europa. Vi ha preso parte la vedette italiana Borghezio, unico parlamentare europeo presente.

Per fortuna e buon senso della maggioranza dei tedeschi, la manifestazione è stata un fiasco clamoroso.

Altre persone hanno sfilato nella stessa città, per dire il loro no alla xenofobia e alla criminalizzazione degli stranieri.
Per costoro la memoria di un passato funesto sembra costituire un antidoto potente contro rigurgiti di barbarie sempre presenti.

Proponiamo alcune foto delle due manifestazioni.

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A sinistra, il cartello recita:

"Dal 1933, la solita merda di sempre".








Sopra: "Non abbiamo imparato nulla dai tempi del nazismo?".
















Ragazzino turco alla manifestazione
antifascita.














I nuovi barbari











Pubblico il testo pressoché integrale - riportato dalla Nuova Venezia - del discorso fatto dal vicesindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, domenica 14 settembre a Venezia, alla festa della Lega Nord.
La polemica sulle sue parole è stata feroce ma passeggera, e vale la pena di leggerlo questo discorso, interrotto spesso dagli applausi scroscianti e dalle urla orgasmiche dei militanti padani, cui facevano eco, pesantissimi, i battimano compiaciuti dei deputati e dei ministri della Lega Nord al governo.
Vale la pena di leggerlo perchè la barbarie va conosciuta per poterla riconoscere e chiamarla per nome, e per imparare a difendersene.
***
Il vangelo secondo Gentilini
(nella foto con fascia tricolore e revolver in mano)

"Popolo della Legaaaa! La Lega si è svegliataaaaaa!
Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega.
La mia parola è rivoluzione.
Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini.
Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari.
Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno!
Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii! Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero.
Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il culo a quei giornalisti. Non li voglio più vedere...
Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute.
Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie eclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No! Vanno a pregare nei desertiiiii! Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto.
Bastaaaaaa! Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi.

Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.
Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii! E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri... Ma non avanzerà niente!
Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee!
Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l’ombelico caso mai....
Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all’usciere di Ca’ Rezzonico che ha vietato l’ingresso alla donna islamica.
Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l’hanno prodotta! Io non lo tollero...
Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto?
Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista. Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega!".

mercoledì 17 settembre 2008

Gente di cuore cercasi

















Abdoul Guiebré è il diciannovenne ucciso a Milano qualche mattina fa per aver rubato dei biscotti - così dicono le cronache - al bancone di un bar. Ad ucciderlo con una sbarra di ferro i gestori del locale, padre e figlio.

Lo ricordiamo perchè morire a diciannove anni per due biscotti ci sembra incredibile. Eppure siamo a Milano e corre l'anno 2008.
Lo ricordiamo perchè è un bruttissimo segnale, in questo tempo carico di tensioni di ogni genere. Un segnale che è figlio di quella propaganda sulla cosiddetta "sicurezza" che come tutti i termini compulsivamente ripetuti, alla fine si svuota di senso e non significa più nulla. Diventa slogan, arma di offesa.

Abdoul Guiebré era cittadino italiano a tutti gli effetti, non era un "clandestino" - altro termine vuoto di senso, che oggigiorno viene lanciato come un sasso contro poveri cristi approdati per fame o miseria sulle nostre coste. Ma aveva la pelle nera e questo nella Milano contemporanea di italioti padani costituisce comunque un'aggravante.

Ma come avviene che un padre e un figlio possano perdere a tal punto il senno da ammazzare un ragazzo di nemmeno vent'anni? "Dagli al negro, che ci porta via il lavoro, che ruba, che sporca, che insidia le nostre donne...". Il popolino italiota si sfama e si abbevera abbondantemente alla fonte di simili argomenti, più o meno esplicitamente espressi dai politici che in nome di questi stessi argomenti sono stati mandati al potere. Sarà un caso che qualcuno poi pensi bene (anzi, male) di fare un po' di pratica?

E che dire del silenzio assordante attorno a questa vicenda? Dove sono i coetanei di quel ragazzo, magari di religione cattolica, di razza ariana? Dove sono gli insegnanti, i preti, dove sono i genitori che hanno figli ventenni? C'è qualcuno che si indigni per un fatto di questa gravità? C'è qualcuno che voglia aiutare altri a fermarsi e pensare o ognuno preferisce tirare dritto, persino passando accanto a chi sia caduto per mano di briganti? Cercasi gente di cuore, che abbia a cuore, una volta tanto, la sorte di chi è più svantaggiato, impoverito, vittima di violenza e sopruso.

E' il tempo triste della paura, dove siamo tutti tentati di voltarci dall'altra parte. Occorre, più di ieri, prendere posizione anche a costo di pagare dazio, di farsi dei nemici, di rendersi antipatici e persino odiosi.
Urge la testimonianza di valori messi alla berlina come mai prima d'ora. Soprattutto occorre resistere.



Speciale è solo vivere




















Speciale è solo vivere,
guardarsi di sera
il palmo di mano
e sapere che domani
torna fresco di nuovo,
che il sarto della notte
cuce pelle, rammenda calli,
rabbercia gli strappi
e sgonfia la fatica.

Erri De Luca