martedì 24 giugno 2008

Famiglia rom aggredita a Milano

Incredibile. O forse niente affatto, visto la brutta aria che tira. Io comunque a questo schifo non ci sto. E quindi rilancio la notizia. Leggete e informate!

Vietato tacere. Non si deve tacere. Chi può farlo deve schierarsi, parlare apertamente e aiutare la gente a riflettere. Non sottovalutiamo questi atti, la Storia insegna.

La ragazzina dodicenne picchiata aveva ricevuto a maggio un premio Unicef per meriti artistici.
Una delle sue opere è nell'immagine a lato: si intitola "Viviamo sulle strade", tempera su tela.
Potete trovare la storia di Rebecca Covaciu e vedere le altre sue opere al seguente indirizzo: http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/5/26_Cara_Europa._Appello_di_Rebecca_Covaciu_contro_la_persecuzione_dei_Rom_in_Italia.html
***

La vittima 12enne aveva ricevuto a maggio anche un premio Unicef per meriti artistici

Associazione denuncia: "Picchiata ragazza rom"

Oriana Liso


Aggrediti fuori dalla tenda che avevano piantato dalle parti di via Giambellino, dopo lunghe peregrinazioni in giro per l´Italia. Una famiglia di rom - è la denuncia dell´associazione EveryOne - è stata vittima martedì mattina di un episodio di intolleranza, di razzismo, da parte di due persone - due uomini, italiani, tra i 35 e i 40 anni - fuggite subito dopo. Tra i membri della famiglia Covaciu c´è Rebecca, dodici anni, che a maggio è stata premiata con il trofeo Unicef per meriti artistici, i cui disegni vengono esposti in mostre itineranti. Ad aprile la famiglia era già stata sgomberata, con altri rom, da un insediamento abusivo sempre nello stesso quartiere. Ma il papà di Rebecca, Stelian - che è un pastore evangelico - dopo la ricerca di una nuova sistemazione per i suoi quattro figli, era da poco tornato in zona.

«La famiglia Covaciu, già oggetto di vessazioni, minacce e sgomberi - raccontano i responsabili di EveryOne, associazione che si occupa di diritti umani - stava uscendo dalla tenda in cui da diversi giorni si era stabilita quando è stata brutalmente aggredita: Rebecca e il fratellino Ioni sono stati prima spintonati e poi picchiati. Il padre e il figlio maggiore, accorsi per difenderli, sono stati ricoperti di insulti razzisti, minacciati, invitati a lasciare l´Italia e percossi». Sempre nella ricostruzione fatta anche agli agenti della Volante, la famiglia è fuggita verso la stazione di San Cristoforo con i due uomini ancora dietro di loro. «Hanno chiesto aiuto ai passanti, nessuno è intervenuto. Mentre andavano verso il parco davanti alla stazione la signora Covaciu, cardiopatica, è stata colta da malore», spiega Roberto Malini, una delle anime dell´associazione che, contattato dal capofamiglia, ha chiamato la polizia. «All´arrivo degli agenti gli aggressori si sono dileguati», spiega ancora la nota dell´associazione.

In attesa della denuncia che i Covaciu formalizzeranno nei prossimi giorni, l´attenzione delle associazioni che lavorano con i rom è alta: «Negli ultimi tempi ci sono state diverse aggressioni a nomadi scelti a caso, non perché avessero fatto qualcosa di male, ma solo per la loro etnia», denuncia Maurizio Pagani di Opera Nomadi. Ieri, intanto, nuovi controlli per il censimento voluto dal commissario straordinario all´emergenza rom, il prefetto Lombardi, nel campo nomadi di via Martirano: identificati 120 nomadi, tutti di origine italiana, e denunciate due donne per aver costruito delle villette invece delle più semplici strutture previste dal regolamento del campo.

Fonte. http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local//2030180

lunedì 23 giugno 2008

Fiori d'arancio

In genere questo blog non si occupa di gossip, ma accedere al sacramento del matrimonio mi pare una cosa troppo seria per arrivarci in Rolls.
La sobrietà è ancora - se non una virtù - almeno uno stile richiesto dal vangelo?
In tal caso, immagino che il buon Flavio abbia appreso davvero pochino durante il corso fidanzati.
Il parroco dal canto suo avrà chiuso un occhio, per una volta nella vita. Uno solo però: immaginiamo che l'altro sarà rimasto ben aperto a vigilare sulla busta contenente la cospicua, sponsale offerta.
***

Briatore arriva in chiesa in Rolls Royce
Numerosi invitati del mondo del calcio:Marcello Lippi, Fabio Capello e Adriano Galliani


ROMA - A meno di mezz'ora dall'inizio del matrimonio Flavio Briatore è arrivato davanti alla chiesa di Santo Spirito in Sassia. Il futuro sposo, indossando un gilet rosso scuro, scende da una Rolls Royce blu. Inoltre, sono numerosi gli invitati che continuano ad arrivare in largo Ildebrando Gregori: la direttrice di «Diva e donna» Silvana Giacobini, l'agente dei Vip Lele Mora, Giuseppe Cipriani, Giuseppe Lanza e la coppia Carmen Russo ed Enzo Paolo Turci.

LIPPI - Il primo ad arrivare tra gli ospiti Vip per il matrimonio di Flavio Briatore è stato Marcello Lippi. L’ex commissario tecnico della Nazionale è giunto a Santo Spirito in Sassia intorno alle 11.15 insieme alla sua famiglia. Mondo del calcio numerosissimo: Adriano Galliani, sorridente commenta: «No, Mourinho non l'ho visto penso solo ad Ancelotti». Poi, in riferimento ai futuri sposi aggiunge: «Sì, penso che si commuoveranno». Intanto sono arrivati anche in chiesa il ct della Nazionale inglese Fabio Capello e i testimoni dello sposo Luciano Benetton e Daniela Santanchè, quest'ultima con indosso un cappello di paglia a falda larga e un abito di seta lungo rosso e bianco. Tra gli altri invitati anche il maestro Mazza e Chiara Geronzi. Ci sono poi il direttore di 'Tv Sorrisi & Canzonì Umberto Brindani, la cantante e conduttrice televisiva Iva Zanicchi, Silvana Giacobini. Forte la calca tra i fotografi e i giornalisti raggruppati dietro le transenne.

SIMONA VENTURA - «Sono molto felice soprattutto per Flavio e spero che abbiano subito dei bambini». Lo afferma Simona Ventura davanti alla chiesa. La conduttrice, indossando un abito giallo di Dsquared, aggiunge che «questa sera indosserò un Valentino». Intanto ad affollare largo Ildebrando Gregori arrivano anche Mara Venier, Raffaella Zardo, Simon Le Bon e i Duran Duran, Jean Todd e la moglie Michelle e lo stilista Cesare Paciotti. Manca ancora la sposa.

SILVIO BERLUSCONI - Anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è arrivato alla chiesa di Santo Spirito. L'ospite d'eccezione del matrimonio, che vedrà convolare a nozze il suo amico Briatore, è arrivato in compagnia di uno dei testimoni, Emilio Fede.


Fonte: Corriere della Sera.

domenica 22 giugno 2008

Tocqueville

"Può accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nella mani del primo padrone che si presenti loro.
Non è raro allora vedere delle moltitudini rappresentate da poche uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando le leggi, tiranneggiando a loro piacimento; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo".

(Alexis de Tocqueville, in La democrazia in America, anno 1835).

lunedì 9 giugno 2008

Martini apre le finestre della Chiesa

Come spalancare una finestra in una stanza d'ospedale.
***
Dal cardinale Martini un severo ammonimento ai preti:
"Troppe bramosie dentro di noi, ci piace più l'applauso del fischio"
"Vanità, invidia e calunnie, vizi capitali anche nella Chiesa"

MILANO - Una durissima lezione per gli uomini di Chiesa, peccatori come tutti gli altri uomini. E un severo ammonimento ai preti: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Occorre un vero rinnovamento della mente". Malato e sofferente per il Parkinson, pensava di non farcela, il cardinale Carlo Maria Martini, a predicare gli esercizi spirituali. E invece, appena tornato da Gerusalemme, è arrivato fino a Galloro, vicino ad Ariccia, alla casa dei gesuiti, dove si recano i sacerdoti a meditare.


E con loro, interrompendo le omelie di tanto in tanto per sottoporsi ai controlli clinici, è stato molto chiaro, commentando i brani della lettera di San Paolo al romani, dove si parla del peccato: "Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti".


Una vera e propria lezione sui "vizi capitali" della Chiesa d'oggi, senza nessun timore di dire cose sgradevoli. Anzi con la certezza di offrire "una pista di riflessione". Martini ha voluto parlare dei "peccati che interessano proprio noi come chierici": anzitutto i peccati "esterni", come le fornicazioni, gli omicidi e i furti, precisando "questi ci toccano meno di altri, ma comunque ci riguardano anch'essi". E poi è passato ad esaminare "le cupidigie, le malvagità, gli adulteri". Ha ammonito: "Quante bramosie segrete sono dentro di noi. Vogliamo vedere, sapere, intuire, penetrare. Questo contamina il cuore. E poi c'è l'inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c'è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità".


L'arcivescovo emerito di Milano ha parlato poi dell'invidia, "il vizio clericale per eccellenza: l'invidia ci fa dire "Perché un altro ha avuto quel che spettava a me?". Ci sono persone logorate dall'invidia che dicono "Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no?"". E ancora: "Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte a Roma... ".


Carlo Maria Martini, vescovo per 22 anni a Milano, sente il dovere di parlare esplicitamente ai giovani preti, auspicando un rinnovamento: "Devo farlo perché sarà l'ultimo ritiro, fa parte delle scelte che fa una persona anziana e in dirittura d'arrivo, ci sono cose che devo dire alla Chiesa". La sua lezione continua giorno dopo giorno durante la settimana di ritiro spirituale. "San Paolo parla del "vanto di fare gruppo", di coloro che credono di fare molti proseliti, di portare gente perché così si conta di più. Questo difetto grave è molto presente anche nella Chiesa di oggi. Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l'applauso del fischio, l'accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande! Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la Chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria".


Non fa nomi, Martini, se non quello del papa Benedetto XVI, citato tre o quattro volte, affettuosamente: "Dobbiamo ringraziare Dio di averlo, anche se poi abbiamo qualcosa da criticare". Ma Martini è come se volesse anche mettere in guardia Ratzinger quando, riprendendo le parole del papa, mette in guardia i preti dal "vanto terribile del carrierismo": "Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al Papa stesso".


Un quadro fosco, che il grande biblista, dettaglia, come può solo chi conosce dall'interno i meccanismi di potere della Chiesa: "Purtroppo ci sono preti che si pongono punto di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero".


Zita Dazzi - La Repubblica, 5 giugno 2008.



sabato 7 giugno 2008

Derattizzare

Una lettera dello scrittore e giornalista Ettore Masina sul tema della xenofobia made in Italy.
Nella foto: bambini rom a Torino.
***
Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi) i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

Il Papa, tutto questo, non lo sa. Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz, con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere meno sensibile ai provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.

Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?

Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”. Cristo si è fermato in piazza San Pietro? E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?

Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un peso tanto grande sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è un paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.

Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.
Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma, e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere. Il carcere come unico apprendistato? Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità. Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?

La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.

Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”. Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.

Ettore Masina


fonte: www.ettoremasina.it

martedì 3 giugno 2008

Enzo Bianchi: la vera emergenza siamo noi

Il vero cristiano si vede con i clandestini

Non una minaccia ma un’occasione per misurare i principi etici e religiosi
ENZO BIANCHI


Le preoccupazioni che anche recentemente ho avuto modo di esprimere sul clima di intolleranza nei confronti degli stranieri non fanno che crescere in queste ultime settimane. Le poche voci che si levano a chiedere maggior prudenza e discernimento nel parlare e agire in una questione così complessa e delicata finiscono con l’essere sommerse dall'onda di una emotività che, se non creata ad arte, è quantomeno alimentata per ragioni non sempre trasparenti. Parimenti sono trattati come irrilevanti, inappropriati o intempestivi gli appelli alla salvaguardia della giustizia e dei diritti umani o all'accertamento delle responsabilità individuali. Principi fondamentali del diritto nazionale, comunitario e internazionale, come la non discriminazione in base all'appartenenza etnica o religiosa, vengono declassati a secondari di fronte alla percezione di una «emergenza» che, anche se fosse tale, non dovrebbe però mai sospendere le garanzie essenziali della convivenza civile. Tutto questo, si dice, è per rispondere in modo tempestivo e credibile alla pressante richiesta di «sicurezza» che viene dalla maggioranza della popolazione. Ma essere attenti a sentimenti diffusi nella società, ascoltare le paure che emergono, cogliere i bisogni e le richieste avanzate in modi propri e impropri non significa cessare di interrogarsi su cosa e chi le genera, non comporta l'abdicare ai principi fondanti il vivere insieme, non richiede l'abdicazione della ragione e dell'umanità di fronte alla passione emotiva.

È proprio di fronte alle «emergenze», vere o artefatte che siano, che vengono alla luce le radici autentiche di un tessuto sociale e la solidità di convincimenti etici e religiosi: un orientamento etico e un impianto giuridico non possono essere considerati validi solo in situazioni di ordinaria amministrazione e poi essere accantonati o stravolti all'insorgere di problematiche inedite. È proprio la capacità di elaborare risposte coerenti a una serie di convincimenti fondamentali e condivisi che conferisce identità e solidità a una comunità nazionale nel mutare degli eventi storici. Saldezza di principi e identità culturale non sono affatto realtà statiche, immutabili: sono il frutto di secoli di maturazione del pensiero e dell'azione di singoli individui e di gruppi sociali a volte anche molto distanti tra loro nell'opzione ideologica di fondo. Dialogando si può e si deve ricercare, inventare, concordare non un «minimo comune multiplo» ma un ideale abbastanza alto per stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti, offrire speranze alle generazioni future e, nel contempo, sufficientemente realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano.

In questo senso la presenza di stranieri nel nostro paese e, in particolare quella di gruppi etnici o religiosi marcatamente «altri» rispetto alla maggioranza, non è tanto una minaccia alla situazione esistente quanto un'occasione preziosa per verificare cosa davvero conta per noi nelle nostre vite e quale prezzo siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo. Del resto ci sono nodi che è inutile fingere di ignorare, quasi che rimuovendo il problema lo si risolva: come dimenticare, per esempio, che solo qualche anno fa vi era chi auspicava di favorire l'immigrazione da paesi di tradizione cristiana piuttosto che musulmana pensando così di facilitare ipso facto l'integrazione dei nuovi arrivati? I gravissimi episodi di intolleranza e xenofobia nei confronti di zingari e romeni - in maggioranza di religione cristiana - dimostrano purtroppo la miopia di tale auspicio: i problemi erano e sono di altro tipo.

Anche per quanti si richiamano al cristianesimo la situazione di queste settimane dovrebbe costituire un campanello di allarme: che cultura, che etica della vita si vuole comunicare? Che ne è dell'attenzione al povero, allo straniero, alla vedova e all'orfano - cioè alle categorie che non avevano diritti ed erano indifese alla mercé dei più forti? Che ne è dell'esempio delle prime comunità cristiane in cui si tendeva a che non ci fosse «nessun bisognoso» grazie alla condivisione, né si ammettevano discriminazioni nell'appartenenza tra giudeo o greco, uomo o donna, schiavo o libero? Che ne è delle parole di Gesù sull'amore per i nemici, sul perdono, sulla misericordia; o delle esortazioni dell'apostolo Paolo a «non rendere a nessuno male per male», a «vincere il male con il bene», a «cercare sempre il bene tra voi e con tutti»?

E, per calarci direttamente nelle problematiche odierne, che ne è delle parole che Paolo VI pronunciò nel 1965 a rom e sinti: «Voi siete nel cuore della Chiesa»? A quale conversione hanno spronato le richieste di perdono fortemente volute da Giovanni Paolo II come momento penitenziale del Giubileo del 2000? Utopie irrealizzabili, verrebbe da dire di fronte alla vastità dei problemi che il fenomeno mondiale delle migrazioni pone alle nostre società occidentali più ricche, ma la differenza cristiana che queste istanze evangeliche pongono come ineludibile si misura anche e soprattutto nelle circostanze più difficili. E non può non interrogare tutti - credenti e non credenti - il malcelato scherno con cui da più parti si stronca ogni richiamo verso una maggior giustizia ed equità sociale, verso una solidarietà fattiva, additandolo come «buonismo» pericoloso, denigrando le «anime belle» che credono nella forza della persuasione, del convincimento, del dialogo, della pace. Siamo davvero convinti di difendere la nostra identità di popolo e nazione civile fomentando il ritorno alla barbarie dell'homo homini lupus? Che «sicurezza» sarebbe mai quella imposta con la violenza, il sopruso, la vendetta, la violazione dei principi costituzionali? Se quella in cui siamo scivolati è un'emergenza, essa non ha il nome di un'etnia ma quello della nostra civiltà.

La Stampa, domenica 1 giugno 2008.