martedì 31 luglio 2007

E noi suonavamo le campane


Mi viene proposto da una gentile frequentatrice di questo blog un delizioso articolo di fr. Enzo Bianchi. Volentieri lo rilancio per chi voglia gustarselo.

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“Che tempo fa?”: domanda che risuona sovente fin dal mattino, quando uno si alza e va alla finestra per osservare il cielo, domanda pronunciata tra sé e sé, la cui risposta è cercata nelle previsioni meteorologiche alla televisione o nelle apposite pagine dei quotidiani. Da sempre, l’essere umano sa che il suo modo di abitare “il tempo che passa” dipende anche dal “tempo che fa”, un tempo, quest’ultimo, che condiziona il lavoro, gli spostamenti, l’umore di ciascuno. Oggi questi condizionamenti sembrerebbero minori di una volta: il lavoro in campagna riguarda una percentuale esigua degli abitanti dell’occidente industrializzato, i mezzi di trasporto e le strade consentono spostamenti anche in condizioni atmosferiche un tempo proibitive... eppure l’interesse per “il tempo che fa” non è affatto diminuito, anzi è aumentato al punto che per alcuni è diventato un’autentica ossessione. Sì, ci si tiene costantemente aggiornati sul “meteo”, se ne parla molto: la capacità – sconosciuta nei secoli passati – di prevedere il tempo con un anticipo di almeno una settimana spinge infatti a “sapere”, a commentare, a discutere, anche se poi assai raramente ci si lascia determinare dal tempo nelle scelte e nei comportamenti.
Ma all’interno di questa “ossessione” c’è un altro aspetto che riguarda la lettura che ognuno di noi compie del “tempo che fa”: questa dipende essenzialmente da quanto ci dicono i mass media, verso i quali c’è un atteggiamento di fiducia quasi fideistica che toglie la possibile oggettività, il discernimento personale, la capacità di giudicare da se stessi a partire dall’esperienza e dal ricordo degli anni precedenti. Così, quando sta piovendo e noi leggiamo, ascoltiamo e vediamo servizi su piogge torrenziali, alluvioni, inondazioni e diluvi, siamo presi da paura e sgomento come se la pioggia in sé fosse una novità imprevedibile; oppure la pioggia tarda a venire e subito ci vien fatto intravedere il deserto che avanza: allora immaginiamo già le nostre verdi colline riarse, senza più viti né alberi... se poi in estate fa caldo, assieme al televisore accendiamo il condizionatore e ci angosciamo per il surriscaldamento del pianeta e lo scioglimento dei ghiacciai. Così, previsioni disastrose, pessimistiche mettono in movimento una grammatica apocalittica che preannuncia “eventi biblici” (tra l’altro non si capisce perché gli eventi biblici, che sono eventi umani, devono essere tutti disastrosi, epocali...). C’è sempre un’apocalisse meteorologica incombente, così le nostre paure del domani si concentrano ancora una volta sul tempo: non più la fine del tempo – questo ormai è divenuto un aeternum continuum – ma il “che tempo fa?” è divenuto l’oggetto delle nostre paure.
E la gente si ritrova a ripetere le frasi di sempre: “Il tempo è cambiato ... Non ci sono più le stagioni... Mai visto un tempo simile... Non c’è più il tempo di una volta... Ormai il tempo è matto...”. Parole che ritroviamo già ai tempi di Lucrezio, attento osservatore delle cose della natura, quando si ammoniva a non dire: “quand’ero piccolo nevicava tantissimo, adesso non nevica più...”; quando si è piccoli, infatti, anche se la neve è poca, sembra sempre molto alta! In realtà siccità, pioggia, inondazioni, tempeste sono emergenze periodiche di tutte le epoche e di tutti i luoghi: emergenze che cancelliamo dalla nostra memoria e che così ci appaiono ogni volta come novità inedite. Se le variazioni climatiche avvengono dunque su cicli ben più ampi che il semplice volgere di un paio di generazioni, è il rapporto che oggi si ha con “il tempo che fa” a essere cambiato rispetto a quello che viveva anche solo la mia generazione fino a quarant’anni fa, soprattutto in campagna.
Per me, che abitavo in Monferrato, tra colline coperte di filari di vite e piccole pianure chiazzate da campi di grano, il tempo meteorologico era anche allora, soprattutto d’estate, una vera ossessione: ma ossessione di paura preventiva che accompagnava tutti, da maggio fino a ottobre. Dal tempo dipendeva “il pane”, ovvero la sussistenza alimentare della gente contadina, e del tempo la radio dava sì qualche previsione, ma molto incerta, per vaste aree, sovente fallace, per cui non ci si fidava di quel che diceva. Ma di cosa ci si fidava, allora? Della religione, del prete, della preghiera... Del resto sappiamo che in tutte le culture si sono sempre praticati riti per implorare la pioggia, per chiedere il sole, per ottenere il regolare e pacifico scorrere dei fiumi... L’essere umano, infatti, si è sempre sentito impotente a dominare il tempo e, quindi, portato a ricorrere agli dèi come all’unica e ultima speranza.
A fine aprile, per san Marco, iniziavano le cosiddette “rogazioni”: al mattino presto si partiva in processione attraversando le campagne, cantando le lunghe litanie dei santi e chiedendo un’annata feconda di frutti. Il prete cantava in latino il vangelo sulla porta della chiesa: “Quale padre, tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione?”. “Dunque, occorre chiedere – proseguiva il prete – chiedere con insistenza a Dio, e Dio concederà il tempo propizio e raccolti abbondanti...”. Se poi qualcuno gli faceva osservare di aver chiesto e di non essere stato esaudito, il prete rispondeva che questo dipendeva dal fatto di aver chiesto male oppure dall’essersi comportati in modo tale da meritarsi il mancato esaudimento. E ai più sembrava che le parole del prete fossero fondate perché a volte succedeva – e non si mancava di farlo notare – che la grandine colpisse i filari di quelli che “non prendevano messa” o che erano soliti bestemmiare... allora si temeva ancor di più quel Dio che “castigando guariva” (“castigando sanas”). Certo, non mancavano quelli che irridevano questi atteggiamenti e ne mostravano la contiguità con la superstizione, ma resta il fatto che al prete allora veniva riconosciuta autorevolezza ed efficacia, quasi fosse un nuovo profeta Elia, capace di chiudere e aprire il cielo per il bene del proprio gregge.
L’angoscia per un evento atmosferico che in pochi minuti poteva distruggere un anno di lavoro era motrice di parole e azioni straordinarie che oggi fatichiamo non solo a credere ma perfino a immaginarci. Quando, da maggio in poi, appariva all’orizzonte “lo scuro”, cioè le avvisaglie di un temporale, tutti uscivano di casa e stavano sull’uscio ad osservare il cielo: se la minaccia veniva da Nizza, si annunciava un temporale particolarmente cattivo, se invece saliva da Acqui era meno pericoloso. E mentre la banderuola sull’asta della croce della chiesa cigolava sotto i colpi del vento, quando ormai il temporale era incombente e apparivano le terribili nubi più basse color caffelatte, nuvole piene di grandine, il parroco chiamava il chierichetto – quasi sempre ero io, perché abitavo proprio di fronte alla parrocchiale ed ero già lì sulla soglia di casa a scrutare a mia volta il cielo – si vestiva con i paramenti liturgici, in particolare il piviale viola, e partiva risoluto incontro al temporale, con me accanto che portavo il secchiello dell’acqua santa. Tra tuoni e lampi che scuotevano la terra, il parroco avanzava deciso fendendo l’aria con l’aspersorio e con voce ferma implorava che Dio fermasse la grandine: “Per Deum verum, per Deum vivum...!”. Rivedo ancora oggi quelle immagini: il parroco con il volto duro, carico delle ansie e delle attese di tutti i suoi parrocchiani, le vesti scosse dal vento, incurante della pioggia che cominciava a cadere, affrontava a viso scoperto il demone della “tempesta”.
Io ero impressionato dalla sua fede, la sua convinzione, la sua forza d’animo... mentre la perpetua contribuiva con scongiuri più “popolari”, come il bruciare rami di ulivo benedetti. E così, il più delle volte la grandine era scongiurata: il mio parroco, don Montrucchio, aveva fama nella zona di essere uno dei preti più efficaci in queste suppliche e io attribuivo questo suo potere alla sua preghiera intensa, alla sua ricca umanità, al suo sapersi fare carico morale e materiale dei cristiani a lui affidati. Mi appariva davvero come un amico di Dio e allora, mi dicevo, come potrebbe un amico negare un favore all’amico?
E come dimenticare le “orationes diversae” che tutti, grandi e piccoli, conoscevamo a memoria? C’era quella per ottenere la pioggia, che invocava Dio “in quo vivimus, movemur et sumus” per ottenere contro la siccità una “pluviam congruentem”; quella per il sereno, che chiedeva sole sul mondo e che osava dire che se il Signore faceva cessare le piogge torrenziali ci avrebbe mostrato il sorriso del suo volto (“hilaritatem vultus tui”); poi quella contro la tempesta, la grandine, il nemico terribile dei campi di grano maturo e delle vigne: se si abbatte sui filari li spoglia completamente lasciando uno spettacolo di tremenda desolazione che provoca pianto e disperazione. A quei tempi non esistevano assicurazioni contro queste calamità, né razzi antigrandine, né reti di protezione: nella mia infanzia del dopoguerra, la grandine sui grappoli pronti per la vendemmia significava letteralmente la fame. Solo il parroco e il suono di tutte le campane avevano qualche potere contro quella calamità.
Sì, fino all’inizio di ottobre, quando finiva la vendemmia, interi paesi vivevano così con quell’ansioso interesse per il “tempo che fa”, tanto diverso dalla curiosità un po’ frivola dei nostri giorni. Ieri era Dio colui in cui si aveva fede e fiducia, oggi sembra essere la meteorologia... Cos’è meglio, più umano e più bello? Da parte mia, su questo non ho dubbi.

Enzo Bianchi

La Stampa, 29 luglio 2007

giovedì 26 luglio 2007

Un mondo di bambini


245 bambini nascono ogni minuto nel mondo, 353mila al giorno.


28.000 muoiono ogni giorno, 10 milioni all’anno.


32 bambini su cento sono malnutriti.


27 su cento non ricevono alcuna vaccinazione.


115 milioni non hanno accesso all'istruzione.


64 anni è la speranza media di vita nel mondo: 78 anni nei paesi industrializzati, 45 nei paesi poveri colpiti dall’Aids.


(L’Unità, 20 luglio 2007)

martedì 24 luglio 2007

Pagelle di cristianità


Il 10 luglio scorso, la Congregazione per la dottrina della fede ha reso pubblico un documento dal titolo: "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa". A parte qualche eminente rappresentante della curia romana, mi chiedo quanti cattolici sentissero la mancanza di un tale intervento.
Che è servito, per l’ennesima volta, soltanto a sollevare un vespaio di proteste da parte di quelle chiese che, stando al documento vaticano, con sottigliezze semantiche sfuggenti alla capacità di analisi del cristiano medio, avrebbero il diritto a chiamarsi semplicemente “comunità ecclesiali”, ma non sarebbero chiese vere e proprie. E questo citando un passaggio della Lumen Gentium che, probabilmente, andava piuttosto verso un reciproco riconoscimento delle chiese stesse.
Il tono particolarmente puntiglioso del breve scritto ha naturalmente provocato reazioni negative all’interno del protestantesimo e non solo in Italia. E risposte che sinceramente mi sembrano sensate e ampiamente condivisibili (riporto sotto un’intervista in merito al teologo valdese Paolo Ricca e un intervento di Daniele Garrone, decano della facoltà valdese di teologia).
Per questo mi sorge un dubbio: che l’ecumenismo reale, al di là delle dichiarazioni di principio della Charta Oecumenica e delle pie intenzioni delle settimane di preghiera per l’unità cristiani, che l’ecumenismo – dicevo – viva realmente ormai nel semplice buon senso dei credenti? I quali – credo -, a qualunque confessione appartengano, proprio a motivo di una provvidenziale e benedetta simpatia fra le parti, divengono via via sempre più allergici a messaggi ex-cathedra di questo tenore. Che, se non rischiassero in maniera colposa quantomeno di raffreddare la fraternità, lascerebbero francamente il tempo che trovano.
Con buona pace dei loro estensori, ai quali va riconosciuta l’incapacità di considerare almeno infelice la divulgazione di una simile missiva proprio alla vigilia della Terza Assemblea ecumenica europea (AEE3), che si terrà a Sibiu (Romania) dal 4 al 9 settembre 2007, con la partecipazione di oltre 1000 delegati cattolici, ortodossi e protestanti.

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INTERVISTA
Paolo Ricca: Il vento di una nuova Controriforma
a cura di Luca Baratto
Roma (NEV), 11 luglio 2007 – Il 10 luglio è stato presentato il documento "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa", della Congregazione per la dottrina della fede, in cui si afferma, tra l’altro, che solo la Chiesa cattolica possiede "tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù". L’Agenzia stampa NEV ha intervistato in proposito il pastore Paolo Ricca, professore emerito della Facoltà valdese di teologia di Roma.
L'affermazione della "Lumen gentium", secondo cui la "Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa Cattolica", è una delle espressioni del Concilio Vaticano II che più hanno evidenziato l'apertura verso le chiese non cattoliche. Come giudica l'interpretazione che ne ha dato il documento della Congregazione per la dottrina della fede, sottoscritto da papa Benedetto XVI?

Quell'espressione fu adottata dal Concilio per sostituire quella precedente che recitava "la Chiesa di Cristo è la chiesa cattolica". Il Concilio ha sostituito l'"est" con il "subsistit in" per creare dei maggiori spazi di riconoscimento di altre chiese: affermando che la Chiesa di Cristo "sussiste" nella chiesa cattolica non si escludeva che essa potesse sussistere anche in altre chiese. Fino ad oggi questa espressione è stata interpretata da molti teologi in questo senso non esclusivo. Il documento di questi giorni, invece, ne propone un'interpretazione nuovamente esclusiva, affermando che la Chiesa di Cristo sussiste unicamente nella chiesa cattolica. Un fatto deludente, che ridimensiona le aperture del Concilio, ma di cui certamente non ci si può stupire perché riprende ciò che l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, aveva affermato nel 2000 con la dichiarazione "Dominus Iesus".
Quali conseguenze avrà la "Dichiarazione" sul piano del dialogo ecumenico ?
Il Vaticano, naturalmente, continua a dire che non cambierà nulla, che tutto prosegue. Io, francamente, mi sento di dire che dichiarazioni come queste logorano la volontà di continuare il dialogo, soprattutto perché non si sa più su che cosa si dovrebbe dialogare. Il documento, per esempio, ribadisce che quelle nate dalla Riforma protestante non possono essere riconosciute come chiese. Un'affermazione, ben nota, che comunque mina le ragioni del dialogo perché fa venir meno la corrispondenza dei soggetti, nega la dignità dell'interlocutore. Il dialogo ha senso se, almeno in prospettiva, c'è un riconoscimento reciproco delle chiese. Come chiese protestanti siamo stanchi di sentirci negati per quello che siamo e per cui viviamo: perché noi viviamo per essere Chiesa di Gesù. Credo che oggi sia ormai necessario distinguere tra il dialogo ecumenico di base - in parrocchie e monasteri, con sacerdoti e laici – che è fruttuoso, serio e fraterno, e il dialogo con l'istituzione romana che, per così dire, distribuisce "pagelle" di cristianità.
Pochi giorni fa la riproposizione della messa in latino, la reintroduzione della preghiera per gli ebrei "da convertire"; ora la Dichiarazione sulla "Lumen gentium". Dove portano questi segnali?
In modo inequivoco verso una nuova Controriforma. Prendiamo la messa in latino. Il problema non è tanto la lingua latina, ma la riproposizione della messa di Pio V del 1570, pensata contro la Riforma. In essa, tutte le innovazioni liturgiche delle chiese protestanti sono esplicitamente negate. Quella che ci sta proponendo il Vaticano è una nuova Controriforma con le sue due caratteristiche principali: quella di opporsi alle riforme interne al cattolicesimo, tanto a quelle del 1500 quanto a quelle del Concilio Vaticano II, e alle istanze proposte dalle Riforma protestante. Credo che all'istituzione romana vada dato un segnale non solo della nostra delusione, ma anche del pericolo che alla fine ognuno decida di proseguire per la sua propria strada. Resta la volontà di dialogare con i cattolici, ma è giusto sottolineare che l'istituzione romana restringe sempre più lo spazio per un dialogo che forse non gradisce neppure.
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L’impegno ecumenico sarà molto più difficile per i cattolici
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia
La qualifica di "comunità ecclesiali" non ci è mai piaciuta e non ci è mai corrisposta. Rinunciando allo "est" ed optando per il "subsistit" il Concilio Vaticano II compiva, dal punto di vista cattolico romano, una apertura. Ed in effetti l’ecumenismo ricevette un notevole impulso. Il documento della Congregazione per la dottrina della fede non dice nulla di inedito, ribadisce con toni perentori cose già note. Perché questa perentorietà? Certamente non c’è in questo momento alcun interesse da parte del Pontefice e della curia a promuovere l’incontro con le chiese della Riforma. Si guarda all’ortodossia, perché è più prossima a Roma, se misurata con i criteri della cattolicità romana, e perché si pensa che condivida con Roma la valutazione negativa della modernità e come Roma avversi il "relativismo". Ma la perentorietà nell’autocertificarsi come la vera Chiesa di Gesù Cristo e nel dare "interpretazioni autentiche" (e quindi disciplinarmente vincolanti per le coscienze dei cattolici) è rivolta innanzitutto al fronte interno, è intesa a mettere in riga quei cattolici – teologi e pastori, laici e religiosi – che hanno considerato e considerano il Vaticano II un punto di avvio, l’inizio di un cammino che avrebbe innovato ancora, allargato ulteriormente, osato più coraggiosamente. L’interpretazione autentica è una normalizzazione del cosiddetto "spirito del Concilio". E’ un freno posto a prassi e teologie diffuse in America Latina come in Africa, in Asia come nel Nord America o in Europa.
Per quanto riguarda noi protestanti, non ci turba che Roma ci dica ancora una volta, e con tono che non ammette repliche, che non siamo chiese e difettiamo di cattolicità solo perché ci manca quello che la confessione romana ritiene essenziale per la cattolicità, cioè le dottrine con cui si autocertifica e misura gli altri a partire da sé. Perché sta tutto qui: si dice "cattolico", ma si intende cattolico-romano. Noi protestanti non abbiamo la successione apostolica nel sacramento dell’ordine, e non ne abbiamo bisogno, perché viviamo della promessa, finora mantenuta dal Signore, che la testimonianza dei profeti e degli apostoli continuerà a far nascere e conserverà la sua chiesa di peccatori perdonati. Noi protestanti non abbiamo il sacerdozio ministeriale, e non lo vogliamo, perché viviamo dell’unico sacerdozio di Cristo. Dicano pure che non abbiamo "conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico", abbiamo la promessa che nel pane e nel vino della Cena del Signore siamo in piena comunione con Lui. Dalla Riforma in poi, sappiamo che la nostra fede è certa perché pone noi al di fuori di noi. Non siamo nulla, ma riceviamo in dono molto di più di ciò di cui siamo trovati mancanti dalla chiesa di Roma.
Questa saccente perentorietà non frenerà il nostro impegno ecumenico. Lo renderà molto più difficile per i cattolici, a cui viene ricordato che la loro coscienza è vincolata ai pronunciamenti del magistero. A loro, ai nostri fraterni e sinceri compagni di strada da tanti decenni, diciamo: rialzate la testa e parlate ad alta voce, senza paura, perché in virtù del vostro battesimo e della vostra fede, la vostra coscienza è resa libera da Cristo e in Cristo.

sabato 21 luglio 2007

Zanotelli scrive a Prodi


Vi propongo un editoriale di p. Alex Zanotelli che apre il numero di maggio di "Mosaico di Pace", il mensile di Pax Christi. Una sorta di lettera aperta indirizzata al presidente del consiglio Romano Prodi, circa le tematiche del disarmo e della nonviolenza così care al religioso comboniano.
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Al Presidente del Consiglio del Ministri
On. Romano Prodi

Egregio Presidente del Consiglio,
Pax et Bonum. Le auguro di cuore che questa antica benedizione francescana che raccoglie quel­la ebraica dello Shalom (pienezza di vita) diventi il Suo programma di governo. Io avevo tan­to sperato che il suo governo avrebbe riportato l'Italia ad essere Paese non piu in guerra con altri Paesi, come prevede la Costituzione italiana (art. 11). Purtroppo non a stato così. Ne prendo atto con rammarico. Devo confessarle che non me lo aspettavo. Non mi aspettavo la decisione di rimanere in Afghanistan. Una guerra ingiusta contro un popolo che non ci aveva fatto proprio nulla. Ma soprattutto non mi aspettavo una politica che mira a rendere l'Italia un Paese arma­to e a immetterlo nel complesso militare-industriale mondiale. I fatti sono sotto gli occhi di tutti:
- II suo invito, durante la sua visita in Cina lo scorso settembre, di porre fine all'embargo euro­peo e italiano per la vendita di armi al colosso cinese a stato per tanti di noi un primo colpo al cuore.
- La finanziaria di quest'anno ha stanziato 22 miliardi di euro per la difesa. Un aumento del 12% rispetto all'ultima finanziaria del governo Berlusconi. Siamo al settimo posto al mondo per le spese militari.
- Nella finanziaria di quest'anno l'articolo 113 istituisce "un fondo per le esigenze di investi­mento della difesa" cioe per la ricerca militare. Si tratta per i prossimi tre anni di qualcosa come quattro miliardi e mezzo di euro. E un fatto di estrema gravita.
- Il sottosegretario alla Difesa, Forcieri, ha firmato a Washington lo scorso febbraio il pro­tocollo di intesa su produzione e sviluppo del caccia F-35 (Joint Strike Fighter). Se ne costrui­ranno oltre 4.500 esemplari al prezzo di 45 milioni di euro cadauno. Per questo progetto l'Ita­lia dovra stanziare subito un miliardo di euro.
- La decisione di ampliare la base americana di Vicenza (aeroporto Dal Molin) presa dal suo governo contro la forte opposizione della popolazione vicentina è molto grave.
- Il rafforzamento delle basi militari americane e Nato, soprattutto nel Sud Italia, crea la nuo­va frontiera della guerra al terrorismo. La base di Sigonella (Sicilia) è in procinto di essere tri­plicata, mentre Napoli diventa la nuova sede del Supremo Comando navale americano di pron­to intervento che giocherà tramite il "Comando dell'Africa" (Afri-Com) un ruolo notevole per il controllo americano del continente nero.
- La firma, lo scorso febbraio, di un memorandum di accordo quadro per fare entrare il nostro Paese sotto l'ombrello dello "Scudo" antimissile. Un accordo negato all'inizio dal suo gover­no e in un secondo tempo, ammesso. Così Italia e Polonia sono dentro il programma dello scudo antimissile mentre Grecia e Turchia non lo hanno accettato. Questo spacca ulteriormen­te l'Unione Europea e fa infuriare la Russia che grida alla "minaccia".
- Secondo il rapporto del suo governo presentato in Parlamento lo scorso marzo, l'Italia ha venduto armi per un valore di oltre 2,19 miliardi di euro con un aumento di vendite del 61 % rispetto all'anno precedente. Grossi affari per le banche armate ma soprattutto per il suo gover­no che è il maggior azionista delle fabbriche di armi italiane. Da tutto ciò mi sembra ovvio affer­mare che il suo governo sta marciando a piena velocità verso una militarizzazione del territorio e verso l'inclusione dell'Italia nel complesso militare-industriale mondiale. Che questo avven­ga proprio sotto un "governo amico" coperto da una "stampa amica" proprio non riesco ad accet­tarlo.
Più grave ancora è che, mentre troviamo i soldi per le armi, non li troviamo per la solida­rietà internazionale (siamo fanalino di coda nella lista OCSE per l'aiuto ai Paesi impoveriti). E non troviamo neanche 280 milioni di euro per pagare il "Fondo globale" per la lotta all'Aids, come era stato promesso ai vertici G8.
Presidente, che delusione! Soprattutto che tradimento dei poveri! Le auguro che l'urlo degli impoveriti che per 12 anni ho ascoltato nel mio corpo nella baraccopoli di Korogocho giunga al suo orecchio e l'aiuti a cambiare rotta.
Sono solo un povero missionario comboniano.

P. Alex Zanotelli
Napoli, 27 aprile 2007